sabato 4 dicembre 2010

Maranathà vieni Signore Gesù




 Vangelo (Mt 3,1-12)

Vangelo Mt 3,1-12



Convertitevi: il regno dei cieli è vicino!



Dal vangelo secondo Matteo

In quei giorni comparve Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea, dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli è colui che fu annunziato dal profeta Isaia quando disse: "Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri"!

Giovanni portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico.

Allora accorrevano a lui da Gerusalemme, da tutta la Giudea e dalla zona adiacente il Giordano; e, confessando i loro peccati, si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano.

Vedendo però molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all'ira imminente? Fate dunque frutti degni di conversione, e non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre. Già la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non son degno neanche di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito santo e fuoco.

Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile».




II Domenica di Avvento  anno A



Vangelo   Mt  3, 1-12



Al tempo di Gesù si riteneva che Elia non fosse morto, ma fosse stato rapito in cielo per ricomparire un giorno. Infatti il profeta Malachia aveva predetto: “Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me… Io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore” (Ml 3,1.23).
Quando, dopo la Pasqua, i primi cristiani si resero conto che “il giorno del Signore” era quello in cui Gesù aveva portato la salvezza, compresero anche chi era l’Elia di cui aveva parlato il profeta: era il Battista, incaricato da Dio di preparare il popolo alla venuta del messia. Si ricordarono anche di ciò che di lui aveva detto il Maestro: “Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento? Un uomo avvolto in morbide vesti? Un profeta? Sì, vi dico, e più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: Ecco io mando davanti a te il mio messaggero, egli preparerà la via davanti a te” (Lc 7,25-27). “La Legge e tutti i Profeti infatti hanno profetato fino a Giovanni. E se lo volete accettare, egli è quell’Elia che deve venire” (Mt 11,13-14; 17,13).

Chi era Giovanni? Un personaggio piuttosto enigmatico. Giuseppe Flavio – il famoso storico del tempo – lo presenta così: “Era un uomo buono che esortava gli ebrei a vivere una vita retta, trattandosi con giustizia reciprocamente e sottomettendosi con devozione a Dio, e facendosi battezzare. In verità, Giovanni era dell’idea che nemmeno questo lavacro fosse accettabile come perdono per i peccati, ma era convinto che si risolveva soltanto in una purificazione del corpo, se l’anima non era stata purificata in precedenza grazie ad una condotta retta” (Antichità Giudaiche 18.5.2 §§ 116-119).
Nel vangelo di oggi Matteo lo descrive come un uomo austero (v. 4). Il suo cibo era quello semplice degli abitanti del deserto, il suo vestito era rozzo: la cintura ai fianchi che contraddistingueva Elia (2 Re 1,8) e il mantello di pelo – la divisa dei profeti (Zac 13,4).
Tutta la persona del Battista era denuncia e condanna della società opulenta che – allora come oggi – puntava sull’effimero, sul frivolo, sui falsi valori del lusso e dell’ostentazione.
Il suo messaggio è riassunto dall’evangelista in una semplice frase: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!” (v. 2).
La speranza in un futuro migliore era uno dei temi centrali del messaggio dei profeti. A differenza degli altri popoli che ponevano la loro età dell’oro nel passato, Israele collocava il “regno di Dio” nel futuro. Attendeva un mondo dove il Signore avrebbe fatto trionfare l’armonia e abbondare la pace, un mondo dove i rapporti interpersonali sarebbero stati improntati all’amore, alla riconciliazione con la natura, con gli uomini, con Dio.
I predicatori apocalittici avevano descritto la storia dell’umanità come un susseguirsi di regni di bestie. “Bestie emerse dal mare” erano stati i grandi imperi di Babilonia, Media, Persia, Grecia (Dn 7). I tempi erano difficili, ma non ci si doveva perdere d’animo: il mondo antico era ormai alla fine e il mondo nuovo stava per fare irruzione.
I dolori presenti non dovevano essere interpretati come segni di morte, ma come sofferenze di un difficile parto: preludevano alla nascita della nuova era.
Essendo queste le attese del popolo, è facile intuire come la predicazione di Giovanni suscitasse enorme entusiasmo. Tutti correvano a farsi battezzare per essere introdotti per primi in questo “regno di Dio”.
Il battesimo con l’acqua non era però sufficiente. Il Giordano non era una piscina da cui si usciva miracolosamente purificati dai peccati. Per disporsi ad entrare nel “regno” era necessario “convertirsi”, cioè invertire il cammino, cambiare rotta, modificare completamente il modo di pensare e di agire. Non bastava correggere qualche comportamento morale, bisognava mettere in atto un nuovo esodo.
“Uscivano verso di lui da Gerusalemme…”. Ecco il popolo d’Israele, ormai installato nella terra promessa, che abbandona la propria condizione di presunta libertà e ritorna al Giordano. Si riteneva libero, ma in realtà continuava ad essere schiavo: delle proprie convinzioni religiose, della propria ostinazione, della falsa immagine di Dio che si era fatta.
“Confessavano i loro peccati”. Prendevano coscienza di vivere ancora in esilio, di essere privi della libertà.
Tutti gli anni, nella seconda domenica di Avvento, la liturgia propone ai cristiani la predicazione del Battista perché, come egli preparò il popolo d’Israele alla venuta del messia, così oggi è in grado di insegnare ad accogliere il Signore che viene.
Oggi come allora, il passo più difficile da compiere è comprendere che è necessario “uscire” dalla “terra” in cui ci si è installati, “uscire” dalle false sicurezze religiose e teologiche che ci si è costruiti e accogliere la novità della parola di Dio.

Non tutti hanno risposto con sollecitudine all’invito del Battista, non tutti sono stati disponibili a operare un cambiamento interiore radicale. I farisei e i sadducei, pur incuriositi dalla predicazione di Giovanni, stentavano a lasciarsi coinvolgere, non si fidavano, preferivano mantenere le loro certezze (vv. 7-10). Pensavano di essere già a posto con Dio per il fatto di essere figli di Abramo. Questa falsa sicurezza sarà denunciata in seguito da un famoso detto rabbinico: “Come la vite si appoggia su legni secchi, così gli israeliti si appoggiano sui meriti dei loro padri”.
Il rimprovero con cui il Battista accoglie farisei e sadducei è severo: “Razza di vipere!”. Li paragona a serpi che iniettano il loro veleno di morte in chi inavvertitamente si accosta a loro. Poi passa all’invettiva, all’annuncio delle catastrofi che stanno per colpirli: corrono il rischio di venire tagliati come un albero che non porta frutto e di essere bruciati come pula. Su di loro incombe l’ira di Dio.
Siamo di fronte a immagini drammatiche che sembrano smentire il sogno di Isaia della prima lettura.
Il tono è minaccioso e non sorprende sulla bocca del Battista; così si esprimevano i predicatori di quel tempo ed è questo il linguaggio che compare spesso anche nella Bibbia. Il precursore lo impiega per mettere in guardia chi rifiuta l’invito alla conversione: si priva dell’incontro di amore con Cristo che viene per introdurlo nella sua gioia e nella sua pace.
Nel contesto di tutto il vangelo le parole del precursore assumono un significato che va oltre quello immediato. È successo anche a Caifa di pronunciare, senza rendersene conto, una profez-51).
Quando parlava dell’ira divina, Giovanni non aveva le idee chiare su come si sarebbe manifestata.
L’ira di Dio è un’immagine che ricorre spesso nell’AT e non va intesa come un’esplosione di livore della persona offesa. È espressione ia (Gv 11,49 dell’amore di Dio: si scaglia contro il male, non contro chi lo compie; non vuole colpire l’uomo, ma sottrarlo al peccato.
La scure, che taglia gli alberi alla radice, ha la stessa funzione attribuita da Gesù alla forbice che pota la vite e la libera rami inutili che la privano della preziosa linfa e la soffocano (Gv 15,2). Gli alberi divelti e gettati nel fuoco non sono gli uomini, che Dio ama sempre come figli, ma le radici del male che sono presenti in ogni uomo e in ogni struttura e che devono essere fatte a pezzi in modo che non possano più gettare germogli (Ml 3,19).
I tagli sono sempre dolorosi, ma quelli operati da Dio sono dai provvidenziali: creano le condizioni perché spuntino rami nuovi, capaci di produrre frutti.
Il ventilabro, infine, con cui il Signore attua il suo giudizio è immagine viva: descrive il modo con cui l’operato di ogni uomo viene vagliato da Dio.
Nei tribunali umani i giudici prendono in considerazione solo gli errori e pronunciano la sentenza in base al male commesso. Delle opere buone tengono poco conto. Nel giudizio di Dio avviene esattamente il contrario. Egli, con il ventilabro della sua parola, sottopone ogni uomo al soffio impetuoso del suo Spirito che spazza via la pula e lascia sull’aia solo i preziosi chicchi: le opere di amore che, poche o molte, tutti compiono.

Fernando Armellini (biblista)


sabato 27 novembre 2010

Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà.

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Vangelo (Mt 24,37-44)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: 37 “Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. 38 Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nell’arca, 39 e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e inghiottì tutti, così sarà anche alla venuta del Figlio dell’uomo. 40 Allora due uomini saranno nel campo: uno sarà preso e l’altro lasciato.41 Due donne macineranno alla mola: una sarà presa e l’altra lasciata.
42 Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. 43 Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. 44 Perciò anche voi state pronti, perché nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà”.

Il linguaggio impiegato in questo brano evangelico può dar luogo a interpretazioni stravaganti (o addirittura a farneticazioni) sulla fine del mondo e sui castighi di Dio; può anche essere ridotto all’invito a stare sempre pronti, perché la morte può giungere improvvisa e cogliere impreparati. Queste interpretazioni hanno origine dalla mancata comprensione del genere letterario “apocalittico”, che era molto usato al tempo di Gesù, ma che è piuttosto alieno dalla nostra mentalità e cultura.
Un principio va sempre tenuto presente: il vangelo è, per sua natura, buona notizia, annuncio di gioia e speranza. Chi se ne serve per incutere spavento e per creare angosce – si può esserne certi – lo sta usando in modo scorretto, si è allontanato dal vero significato del testo.
Nel brano di oggi – è vero – i toni sono minacciosi: cataclismi, distruzioni, pericoli di morte. Il linguaggio è volutamente duro ed incisivo, le immagini sono quelle del giudizio punitivo perché Gesù vuole mettere in guardia dal grave pericolo di perdere le opportunità di salvezza che il Signore offre. La negligenza, l’insipienza, la mancanza di attenzione ai segni dei tempi, l’insensibilità spirituale conducono alla catastrofe. Chi perde la testa per le realtà di questo mondo e si lascia assorbire dagli affari, chi vive nel torpore, nell’ottundimento, nella ricerca dei piaceri, va incontro a un drammatico risveglio.
Ma che significano queste immagini? Richiamiamo il contesto da cui il brano è tolto.
Un giorno i discepoli invitano il Maestro ad ammirare la magnifica costruzione del tempio. Invece di condividere il loro giustificato orgoglio, Gesù li sorprende con una profezia: “Vedete tutte queste cose? Vi assicuro: non resterà qui pietra su pietra che non venga diroccata” (Mt 24,2). Gerusalemme che rifiuta di convertirsi sta decretando la propria rovina.
Stupiti, i discepoli gli rivolgono allora due domande: quando accadrà questo e quali saranno i segni premonitori (Mt 24,3).
Invece di soddisfare la loro curiosità, Gesù risponde introducendo un insegnamento che è attuale per gli uomini di ogni tempo: è necessario mantenersi vigilanti. Per chiarire meglio, cita tre esempi.
Il primo è preso da un racconto della Bibbia (Gn 6-9). Al tempo di Noè vivevano due categorie di persone: alcune pensavano unicamente a mangiare, bere e divertirsi; erano impreparate e perirono. Altre erano vigilanti, attente a ciò che poteva accadere, si resero conto che il diluvio si stava avvicinando, si salvarono e diedero inizio ad un’umanità nuova (vv. 37-39).
Come il diluvio giunse all’improvviso, così – dichiara Gesù – giungerà, repentina, la rovina di Gerusalemme. Come al tempo di Noè molti perirono, così anche i giudei che non vorranno riconoscere in lui l’inviato di Dio e non ascolteranno la sua parola, periranno nella catastrofe della città. Coloro invece che avranno gli occhi e il cuore aperto per riconoscere e accogliere il suo messaggio si salveranno e daranno inizio a un nuovo popolo.
Il secondo esempio prende spunto dalle attività che gli uomini e le donne del popolo svolgevano ogni giorno: il lavoro nei campi e la preparazione della farina per fare il pane (vv. 40-41). Proprio mentre si vivono le situazioni più normali e apparentemente più banali, alcuni si mantengono attenti, si comportano da persone sagge e scorgono il Signore che viene. Altri invece sono distratti, sbadati, negligenti e pongono le premesse della loro rovina. Le azioni che compiono sembrano identiche: si impegnano nel lavoro, si guadagnano da vivere, mangiano, bevono, si sposano; è il modo di svolgerle che è radicalmente diverso. Alcuni sono attenti, si lasciano guidare dalla luce di Dio e “vengono presi”, cioè salvati; altri sono sopraffatti dalle preoccupazioni di questo mondo, non tengono presenti i “giudizi di Dio” e “vengono lasciati”, cioè non sono coinvolti nella realtà nuova del regno di Dio.
La decisione da prendere è urgente e drammatica: si tratta di scegliere fra la vita e la morte; per questo Gesù insiste: “Vigilate, perché non sapete in quale giorno il Signore verrà” (v. 42). Vale la pena ripeterlo: Gesù non verrà per la resa dei conti al termine della nostra vita, viene oggi, con il suogiudizio salvifico.
Il terzo esempio è ancora più chiaro: il ladro non avvisa prima di arrivare; per questo il padrone non può assopirsi, neppure un istante, deve mantenersi sveglio, altrimenti rischia di vedersi involare tutti i suoi averi (v. 43).
Sorprendente questo Dio! Si comporta come un ladro e sembra voler approfittare del momento in cui l’uomo è impreparato per venirlo a visitare.
L’immagine forse non è delle migliori perché suggerisce più l’idea della minaccia che della salvezza, ma è efficace; è un campanello d’allarme: richiama l’attenzione sull’incombente pericolo di non accorgersi del momento favorevole, del giorno in cui il Signore viene per coinvolgerci nella sua pace.
Anche gli abitanti di Gerusalemme – intendeva dire Gesù – avrebbero dovuto vigilare per non essere colti di sorpresa dalla tragedia che poi li ha raggiunti. In un’altra occasione Gesù ha espresso così il suo accorato appello: “Gerusalemme, Gerusalemme che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!” (Mt 23,37).
La conclusione finale riprende il tema conduttore del brano e lo applica ai discepoli di ogni tempo: “Anche voi state pronti, perché nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà” (v. 44).
Sappiamo bene cosa significhi perdere occasioni favorevoli. Tante volte ne abbiamo fatto l’esperienza. Quanto più sono sorprendenti e inattese, quanto più escono dai nostri canoni e si allontanano dai nostri criteri di giudizio, tanto più è facile lasciarsele sfuggire.
Le venute di Dio nella nostra vita sono sempre difficili da cogliere perché non si adeguano alla “saggezza umana”, sono incompatibili, sono in contrasto con la mentalità corrente.
Solo chi è “vigilante” le sa riconoscere e “viene salvato”, qui ed ora.

Fernando Armellini (biblista)

sabato 20 novembre 2010

Solennità di Cristo Re domenica 21 novembre 2010




Vangelo (Lc 23,35-43)

35 Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: “Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto”.
36 Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto, e dicevano: 37“Se tu sei il re dei giudei, salva te stesso”. 38 C’era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei giudei.
39 Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!”.40 Ma l’altro lo rimproverava: “Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? 41 Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male”. 42 E aggiunse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”.
43 Gli rispose: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso”.

Gli israeliti si aspettavano un grande re.
Lo sognavano ricco, avvolto in abiti preziosi, forte, seduto su un trono d’oro. Volevano vederlo dominare su tutti i popoli e umiliare i nemici, costringendoli a prostrarsi ai suoi piedi e a lambire la polvere (Sal 72,9-11). Nutrivano la speranza che il suo regno sarebbe stato eterno ed universale.
Nel brano evangelico viene presentata la risposta di Dio a queste attese.
Siamo sul Calvario, Gesù è inchiodato sulla croce, due banditi al suo fianco, sopra il suo capo una scritta: Questi è il re dei giudei (v.38).
Sarebbe costui l’atteso figlio di Davide?
No, non è possibile: costui è solo uno sventurato.Dove sono i segni della regalità?
Egli non domina dall’alto di un trono d’oro, si trova inchiodato su una croce; non è circondato da servi che lo ossequiano, che si inchinano ai suoi piedi; non ci sono soldati pronti a scattare ad ogni suo ordine.
Egli si trova davanti a persone che lo insultano, che lo deridono; non indossa paludamenti lussuosi, è completamente nudo.
Non minaccia nessuno, usa parole di amore e di perdono per tutti; non costringe i suoi nemici a lambire la polvere, è lui che beve dell’aceto. Al suo fianco non ha i suoi ministri, i generali dell’esercito, ma due malfattori.
Un giorno Giacomo e Giovanni gli avevano chiesto: “Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra” (Mc 10,37). Avessero saputo cosa stavano domandando...
Che strana regalità quella di Gesù! E’ l’opposto di quella che gli uomini sono abituati ad immaginare.
Purtroppo molti cristiani non hanno coltivato speranze diverse dai giudei: hanno identificato il regno di Cristo con le vittorie e i trionfi e con il rispetto che i capi della chiesa riuscivano ad incutere ai grandi di questo mondo.
L’iscrizione posta sulla croce proclama re dei giudeiun uomo sconfitto, incapace di difendersi, privo di qualunque potere. Un re così fa crollare tutti i nostri progetti. Ritorna allora, insistente, la domanda: com’è possibile che sia costui il messia promesso?.
Vediamo da vicino le tre scene che vengono descritte nel Vangelo di oggi.

Nella prima (vv.35-37) vengono introdotti tre gruppi di persone che si trovano ai piedi della croce, ai piedi del “re”.
E’ presente anzitutto il popolo. Come si comporta? Non fa nulla, né di bene né di male: sta ad osservare (v.35). E’ stupito, sembra non rendersi conto di ciò che sta accadendo. Non capisce come un uomo che muore senza reagire possa essere il re tanto atteso.
E’ un giusto, ma perché allora Dio non interviene per salvarlo?
Abbiamo notato più volte durante quest’anno liturgico che Luca nutre grande simpatia per i poveri, per gli ultimi, per la gente semplice. Questo evangelista ci presenta il popolo muto e perplesso ai piedi della croce: vuole dirci che non è responsabile della morte di Gesù. Pochi versetti più avanti noterà: “Tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto” (Lc 23,48).
Il popolo stupito rappresenta tutta quella gente ben disposta che vorrebbe capire il progetto di Dio, ma non riesce perché chi la dovrebbe illuminare è, a sua volta, cieco.

Oltre al popolo, ai piedi della croce ci sono i capi. Eccoli i veri responsabili! Essi, come gli anziani d’Israele che a Ebron hanno unto re Davide, dovrebbero riconoscere in Gesù il messia promesso. Invece lo scherniscono: non è il re che a loro piace, è uno sconfitto, è incapace di salvare se stesso, non scende dalla croce (v.35).
Perché Gesù non dà la prova che essi chiedono? Perché non scende dalla croce? Perché non compie il miracolo? Se lo facesse convincerebbe tutti ed eviterebbe un enorme crimine.
Se scendesse dalla croce, tutti crederebbero. Ma in che cosa? Nel Dio forte e potente, nel Dio che sconfigge e umilia i nemici, che risponde colpo su colpo alle provocazioni degli empi, che incute timore e rispetto, che non scherza... E questo non è il Dio di Gesù.
Se scendesse dalla croce tradirebbe la sua missione: avvallerebbe l’idea falsa di Dio che le guide spirituali del popolo hanno in mente. Confermerebbe che il vero Dio è quello che i potenti di questo mondo hanno sempre adorato perché è simile a loro: forte, arrogante, oppressore, vendicativo, armato.
Questo Dio forte è incompatibile con quello che ci è rivelato da Gesù in croce: il Dio che ama tutti, anche chi lo combatte, che perdona sempre, che salva, che si lascia sconfiggere per amore.
Dio non è onnipotente perché con il suo immenso potere può fare ciò che vuole, ma perché ama in modo immenso, perché si mette senza limiti e senza condizioni a servizio dell’uomo. La sua non è l’onnipotenza del dominio, ma del servizio. Lo abbiamo visto in Gesù che si china per lavare i piedi ai discepoli: quello è volto autentico del Dio onnipotente, del re dell’universo.

Il terzo gruppo che si trova ai piedi della croce è composto dai soldati. Si tratta di poveri uomini, strappati alle loro famiglie e mandati, per pochi soldi, a commettere violenze contro un popolo dalla lingua, dai costumi e dalla religione differenti.
Lungi dalle loro mogli, dai figli, dagli amici, hanno smarrito tutti i sentimenti umani e si sfogano contro uno più debole di loro. Più che colpevoli, sono vittime della follia di altri superiori a loro.
Essi sanno soltanto eseguire ordini, non possono manifestare una loro opinione, ripetono le parole che hanno sentito proferire dai loro capi: “Se sei il re dei giudei, salva te stesso” (v.36).
Per paura, per pochi soldi, per ignoranza hanno venduto la propria testa e la propria coscienza; collaborano all’ingiustizia, al sopruso, alla violenza contro i più deboli.
Sono stati educati a credere soltanto nella forza e chi confida nelle armi rispetta chi vince e schernisce chi perde. Ora Gesù è dalla parte degli sconfitti.

La seconda scena (v. 38) occupa il centro del brano. Presenta la scritta posta sopra il capo di Gesù.
Luca sembra rivolgere un invito ai cristiani delle sue e delle nostre comunità: contemplate il re inchiodato sulla croce! Di fronte a lui diviene ridicola ogni bramosia di gloria, ogni volontà di dominio, ogni desiderio di raggiungere i primi posti. Dall’alto della croce Gesù indica a tutti chi è il re scelto da Dio: è colui che accetta l’umiliazione, che sa che l’unico modo per dare gloria a Dio è quello di scegliere l’ultimo posto per servire il povero.

Abbiamo contemplato ciò che avviene ai piedi della croce, poi abbiamo considerato l’iscrizione posta sopra.
La terza scena (vv.39-43) si svolge ai lati di Gesù, dove sono crocifissi due malfattori.
Come il popolo, come i capi, come i soldati, uno dei due non comprende nulla. L’unica cosa che si aspetta dal messia è la liberazione dal supplizio al quale è stato sottoposto; Gesù non lo aiuta, si mostra incapace di esaudire la sua richiesta.
Il secondo malfattore è l’unico che riconosce in Gesù il re atteso: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”.
Lo chiama per nome. Ha capito che con lui può usare questa confidenza. Lo sente amico, l’amico di chi ha avuto una vita devastata. Non lo considera un “signore”, ma un compagno di viaggio, uno che ha accettato di subire, pur essendo giusto, la sorte degli empi.
Da Gesù non si aspetta una liberazione miracolosa, chiede solo di compiere con lui gli ultimi passi della vita, di quella vita che è stata un susseguirsi di errori e di crimini.
Gesù gli promette: “Oggi sarai con me nel paradiso”.
La storia di questo malfattore è quella di ogni uomo: chi non si è comportato come lui? Chi qualche volta non ha stroncato la vita di qualche fratello con l’odio, le calunnie, le ingiustizie? Chi non ha provocato piccoli o grandi disastri nella società, nelle famiglie, nella comunità cristiana?
In fondo al cuore, molti continuano a pensare che, sulla croce, la regalità di Gesù non è stata ben celebrata. Quello è stato solo un momento infausto. La manifestazione vera avrà luogo più tardi, alla fine del mondo, al momento della resa dei conti. Allora si vedrà brillare la gloria di Cristo: egli giungerà con il suo esercito di angeli e mostrerà a tutti, specialmente a chi lo ha crocifisso la sua potenza.
Prima di morire, Gesù ha pronunciato una sentenza di assoluzione nei confronti dei suoi carnefici. Sarà valida anche alla fine o si è trattato di un’affermazione provvisoria e suscettibile di revisioni? Sarà vero che coloro che lo hanno condannato e ucciso non sapevano quello che facevano (Lc 23,34)? Forse qualcuno ritiene che sul Calvario Gesù non era nelle condizioni ideali per valutare obiettivamente le responsabilità di coloro che lo stavano crocifiggendo e, ancor meno, per manifestare tutta la sua gloria.
Bene, se ancora coltiviamo simili pensieri, non abbiamo colto il volto di Dio che Gesù ci ha rivelato.
Il processo contro chi ha ucciso Gesù – sia ben chiaro! – non verrà riaperto; non ci sarà una revisione della sentenza. Gesù ha pronunciato il suo giudizio definitivo: ha assolto i suoi carnefici, li ha salvati nel momento più glorioso della sua vita: quando, sulla croce, ha manifestato il massimo del suo amore.
Per noi un re trionfa quando vince, sconfigge, umilia. Tentiamo in tutti i modi di adeguare l’immagine di Cristo re a quella dei re di questo mondo. Non vogliamo credere che egli trionfa nel momento in cui perde, nel momento in cui dona la vita.
Questo sovrano che regna dall’alto di una croce ci disturba perché esige un cambiamento radicale delle scelte della nostra vita. Esige, per esempio, che si offra il perdono incondizionato a tutti coloro che ci fanno del male.
In questa prospettiva anche il giudizio finale non può essere temuto, ma va atteso con gioia perché... avverrà a parti invertite.
Alla fine non sarà Dio a giudicare noi, ma noi a “giudicare” lui.
Spogliati delle miserie, meschinità e grettezze che hanno appesantito la nostra mente e irrigidito il nostro cuore, curati dalla cecità spirituale che ci ha impedito di comprendere le Scritture (Lc 24,25), “contempleremo il suo volto” (Ap 22,4), “lo vedremo come egli è” (1 Gv 3,2). Allora saremo in grado di pronunciare un “giudizio” obiettivo su di lui. Stupiti saremo costretti ad ammettere: Dio è più grande del nostro cuore (1 Gv 3,20).

Fernando Armellini (biblista)