sabato 17 luglio 2010
domenica 11 luglio 2010
venerdì 2 luglio 2010

Omelia del giorno 4 Luglio 2010
XIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)
La messe è molta ma gli operai sono pochi
E' molto bello leggere l'inizio della missione che Gesù affida a quanti Lo seguono, ossia portare la Buona Novella del Vangelo alla gente.
"Diceva loro: La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. Andate: Io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi".
Erano i primi tempi della missione di Gesù tra noi. Aveva la piena coscienza di essere stato mandato dal Padre per fare conoscere a tutti la Buona Novella.
Tutti sappiamo come al Padre stia a cuore la sorte di ogni uomo, al punto che non bada a sacrifici per restituirci la felicità con Lui, andata smarrita nel paradiso terrestre, anzi rifiutata, quando i nostri progenitori, accettando la tentazione del 'serpente', respinsero l'amore che Dio donava loro gratuitamente e per cui liberamente li aveva creati - anzi ci ha creati - a 'Sua immagine e somiglianza'. Sappiamo tutti come dopo quel rifiuto, 'Adamo ed Eva furono cacciati dall'Eden', senza avere più una ragione per la loro esistenza.
E tutti proviamo ogni giorno che senza l'Amore divino libero e gratuito, la vita non è più vita, anche se cerchiamo di mascherare questo nostro vuoto con il chiasso che ci offre il mondo: una vera evasione dalla nostra origine.
Che senso ha vivere senza amare e, soprattutto, senza essere amati?
Si rimane sconcertati dalle continue violenze che sentiamo ogni giorno, o per le guerre nel mondo o per la solitudine in cui troppi vivono, pur essendo tra tanta gente.
Un vuoto del cuore che spesso entra nelle famiglie, rendendo, quella che dovrebbe essere 'un'oasi d'amore', un vero calvario senza resurrezione. Ci assale un'infinita tristezza nel vedere l'uomo calpestato ovunque ed in ogni modo; l'uomo che privilegia alcuni ed emargina tanti altri e con la violenza impone la sua volontà con ogni mezzo, con il disprezzo dei più elementari diritti.
Una vera 'mappa' di insulti al diritto alla felicità come frutto dell'amore, che non lascia tranquilla la coscienza. Basterebbe osservare i vari Tg per assistere a cronache che parlano di violenze in ogni dove e, tante volte, nell'area sacra della famiglia.
Quante lacrime versiamo tutti, senza eccezioni, nel vederci ignorati o emarginati o non amati.
la grande nostalgia della nostra origine. Dio ci ha creati - ripeto - per essere amati e amare.
E questa grande sofferenza degli uomini raggiunge tante volte il cuore anche di noi 'pastori', che incrociamo la vita di tanfi, di ogni età ed estrazione sociale.
Capiamo allora quanto ci narra il Vangelo oggi:
"Il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a Sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: 'La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe. Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi; non portate borsa né bisaccia, né sandali, e non salutate nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate dite: pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà a voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno della sua mercede. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate di quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati, che vi si trovano e dite loro: 'E' vicino il Regno di Dio. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: 'Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi: sappiate però che il Regno di Dio è vicino. Io vi dico che in quel giorno Sodoma sarà trattata meno duramente di quella città'.
I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: 'Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel Tuo nome.' Egli disse: 'Io vedevo satana cadere dal cielo come la folgore. Non rallegratevi perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli". (Lc. 10, 1-20)
Un Vangelo bello, ma duro. Bello questo andare per il mondo, anche di casa nostra, a portare la Buona Novella del Vangelo; terribile il rifiuto, che si può incontrare.
E’ ancora necessario, nei nostri ambienti, in cui tutti si dicono cristiani - una qualifica che dovrebbe esprimersi in segni di appartenenza a Gesù nella vita quotidiana ed è già questa testimonianza una missione nel nostro mondo senza fede - portare il Vangelo?
Che sia necessario lo dice l'incredibile ignoranza di troppi. Non conoscere la Parola di Gesù reca il grande danno di non poterla vivere. E allora su quale parola si fonderà la nostra vita, che ogni giorno è chiamata a dare risposte alla volontà di Dio che si esprime in mille modi?
Se c'è una cosa che mi appassiona è evangelizzare, ossia donare a tanti la Parola di Gesù.
Sono numerosi gli anni ormai che, chiamato da Gesù, da Lui mandato, come parroco e vescovo, ho `servito' questo dono.
Una passione che mi faceva 'inventare' tanti modi perché i fedeli a me affidati entrassero nel bello della Parola. Mi sono rimasti particolarmente cari gli incontri nei cortili della diocesi, dove insieme ai fedeli che partecipavano ci si allenava nella scuola della Parola.
Questi incontri a cielo aperto avevano l'aspetto non solo della missionarietà, ma della familiarità. Da quei centri di ascolto poi uscivano giovani o adulti che si impegnavano a continuare la stessa missione: 'Andate... ': era un messaggio che passava a tanti. Ancora oggi.
Così per me, anche se è faticoso, è sempre un grande dono sentirmi chiamato da tante comunità in tutta Italia, a portare la gioia della Parola.
È sempre una risposta all'invito del Maestro: 'Andate'.
E penso tante volte agli Apostoli, che non si stancavano di evangelizzare in tutto il mondo, con gioia (e questo davvero è un rimprovero alla nostra paura o silenzio) quando venivano insultati o incarcerati o picchiati. E che dire degli incredibili viaggi dell'Apostolo Paolo? La sua era vera passione in cui giocava tutto di sé, raggiungendo popoli e comunità, fino a Roma dove morì martire, ma anche facendo della sua casa un punto di riferimento per l'evangelizzazione.
Non possiamo che ammirare e incoraggiare i tanti missionari che sono nel mondo, non badando a sacrifici, fatiche, con la sola passione di fare conoscere Gesù.
Conosco un missionario, diventato mio amico, che vive in Perù. Insieme siamo riusciti a costruire una piccola chiesa dove aduna i fedeli. Lui ha una missione 'vasta' e per arrivare a questa piccola missione e incontrare i fedeli in quella che chiama 'la nostra cappella', deve sempre affrontare giornate di faticose trasferte.
Davanti a tanta generosità si sente davvero l'urgenza di dare una risposta a Gesù che oggi ci dice: `La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe. Andate: vi mando come agnelli in mezzo ai lupi'.
Di fronte ai tanti segni di risveglio dell'evangelizzazione – fra di noi, spero, e nel mondo – spunta un senso di gioia come quella cantata dal profeta Isaia:
"Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa quanti la amate.
Perché così dice il Signore: 'Ecco, io farò scorrere verso Gerusalemme, come un fiume, la prosperità; come un torrente in piena la ricchezza dei popoli; i suoi bimbi saranno portati in braccio, sulle ginocchia saranno accarezzati. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò: in Gerusalemme sarete consolati". (Is. 66, 10-14)
Auguro a me, e a voi che mi leggete, che proviate la gioia di nutrirvi della Parola e fin dove potete e come potete donatela a chi vi è vicino. In fondo è fare sentire a tanti che Dio ci vuole bene e chiede solo che questo Bene venga conosciuto e accolto. Perché è triste non godere di un bene, perché non lo si conosce, quando può essere a portata di mano.
Mi permetterei di dire, a quanti sono superficiali, a quanti credono di vivere impunemente il rifiuto della Parola di Dio, trovando rimedio alla propria solitudine nella compagnia inaffidabile del mondo: carissimi ascoltate Dio che dichiara la sua amicizia, un'amicizia che è pronta a farsi piena condivisione di santità, felicità già qui e beatitudine futura.
Ma a chi già crede vorrei anche dire che è Notizia capace di ricreare la vita, quando ci si sente veramente bisognosi di essere infinitamente amati, trovando nell'amore l'annuncio della verità: `Dio ti vuole infinitamente bene, più ancora di tua madre e di qualsiasi persona'.
Voglio ricordare l'ultimo incontro con mia mamma, pochi giorni prima che morisse. Ero indeciso se starle vicino, perché gravemente ammalata, o adempiere a un impegno che avevo preso presso una parrocchia. Ho ancora negli occhi la sua volontà decisa che ritenne 'inutile' il mio starle vicino, dicendomi: 'Antonio, va'. La gente che ti aspetta ha bisogno di qualcosa di più, ha bisogno della Parola di Dio'.
Mi viene da suggerire la bella preghiera di Alexander Zino'ev, russo e ateo:
"Ti supplico, mio Dio, cerca di esistere almeno un poco per me.
Apri i tuoi occhi, ti supplico. Non avrai da fare nient'altro che questo: seguire ciò che succede ed è poca cosa, Signore.
Sforzati di vedere, te ne prego!
Vivere senza testimoni, quale inferno!
Per questo, forzando la mia voce io grido, io urlo.
Padre mio, ti supplico e piango. Esisti!".
Quanta fede... in uno che si professava ateo!!!
Antonio Riboldi – Vescovo –
venerdì 25 giugno 2010
Ti seguirò dovunque tu vada

Omelia del giorno 27 Giugno 2010
XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)
Ti seguirò dovunque tu vada
Sono giorni, questi, che per me sono 'memoria' della storia della mia vita al seguito di Gesù che, da ragazzo mi ha rivolto, come è nel Vangelo di oggi, la parola, per me allora misteriosa, poi divenuta vita donata: 'Tu sèguimi'.
Era il 28 giugno 1951 e venni ordinato sacerdote nella cattedrale di Novara con altri 30 giovani. Tanti! Era così serio il passo che facevo, da non riuscire neppure ad averne forse piena consapevolezza. Sapevo che la mia vita avrebbe assunto un significato di cui era difficile anche solo prevedere dove mi avrebbe portato o come si sarebbe svolta.
Ero impressionato da quanto stava accadendo in me con l'imposizione delle mani del vescovo sulla mia testa, mentre invocava lo Spirito Santo; dall'unzione delle mani, che allora venivano visibilmente legate da papà - che per la commozione non ebbe il coraggio di farlo e invitò mio fratello a sostituirlo - e dall'abbraccio del vescovo che mi aveva ordinato sacerdote. Momenti in cui risuonarono nella mia mente le parole che Gesù, da ragazzo, mi aveva rivolto: ' Tu, sèguimi'.
Lo avevo seguito presso i Padri Rosminiani, che avevano curato con discernimento spirituale la vocazione e, soprattutto, ci avevano dato una forma ione e preparazione seria... ma non potevo `sapere' che cosa avrebbe voluto dire, nella concretezza dell'esistenza, per me, 'essere prete secondo Dio'. Una sola cosa era richiesta: l'abbandono e la fiducia in Chi mi aveva scelto.
Ci pensò l'obbedienza a indicarmi il dove e il quando avrei dovuto seguire Gesù nella guida del Suo gregge: nel Belice, per 20 anni.
Ancora di più rimasi confuso quando il Santo Padre, Paolo VI, che mi aveva seguito con amore nel mio apostolato nel Belice terremotato, mi chiamò a essere vescovo della Chiesa e, ancora una volta, mi affidò una porzione del popolo di Dio, che è in Acerra.
Ambedue le chiamate non apparivano facili, ma quando si è chiamati da Dio e Lo si segue, contano poco le capacità: conta la piena disponibilità al servizio integrale di chi ci è affidato, senza mai risparmiarsi, mettendo in conto anche la possibilità di perdere la vita, come nel terremoto del 1968 o nell'impegno di lottare contro il male della criminalità organizzata, come accadde da vescovo.
Mi confortava - e posso confermarlo oggi con commozione - che non ero io a decidere di andare da qualche parte o a voler assumere incarichi, ma semplicemente 'seguivo' Chi mi precedeva, mi sosteneva ed operava di fatto, ossia Gesù.
Perché questo è il vero segreto di chi accetta di seguire Gesù, in qualunque circostanza o ministero: sa che non è solo e ha solo un impegno, cioè la fedeltà verso Chi l'ha chiamato e il desiderio e la volontà di offrire tutto l'amore di cui è capace a Dio e alle persone che gli sono affidate... il resto lo fa Lui!
Quando ripenso ai giorni della mia vita, a cominciare da quel 28 giugno 1951, non posso che ammirare quanto Gesù ha compiuto e dichiarare la mia povertà, grande povertà, con un'immensa gratitudine nel cuore.
Davvero Gesù quando chiama non ci lascia mai soli con il compito che ci ha affidato e solo Lui può di fatto realizzare; come ha detto Madre Teresa di Calcutta: 'sono una matita tra le mani di Dio con cui scrive la Sua storia'.
La strada è Lui ha tracciarla, a noi tocca solo seguire i Suoi passi: è quello che continuo a fare anche mediante internet, cercando di essere al vostro servizio.
Più che la mia fede o intelligenza so che è Lui a scrivere parole di vita in voi.
Io a Gesù ho solo da chiedere perdono se non sempre L'ho lasciato compiere tutto il bene, dando spazio alle mie debolezze, chiedendoGli la grazia di essere sempre più totalmente Suo.
Chiedo a voi tutti, carissimi, una preghiera di ringraziamento per questi miei anni di servizio al seguito di Gesù e che mi perdoni ciò che avrei potuto fare e non ho fatto o non faccio... anche se oggi mi è più difficile rispondere alle tante domande di essere tra voi, perché gli anni fanno sentire la fatica. Grazie di cuore e pregate per me, che sia fino alla fine uomo di Dio, dono che Lui fa all'umanità.
Il Vangelo di oggi racconta la storia di inviti fatti da Gesù a seguirLo, a cui vengono anteposte prima questioni private da risolvere e poi il rifiuto a 'lasciare tutto'.
Un 'tutto' che può capitare anche a chi non è chiamato a vocazioni speciali, come la mia, ma la cui vita è comunque già una risposta a quel disegno o vocazione personale - come può essere il matrimonio - che tutti riceviamo.
Cosi scrive Luca:
"Mentre stavano completandosi i giorni in cui Gesù sarebbe stato tolto dal mondo, egli si diresse decisamente verso Gerusalemme e mandò avanti i suoi messaggeri. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per fare i preparativi per Lui. Ma essi non vollero riceverlo, perché era diretto a Gerusalemme. Quando videro ciò i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: 'Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?: Ma Gesù si voltò e li rimproverò. E si avviarono verso un altro villaggio.
Mentre andavano per la strada, un tale gli disse: 'Signore, ti seguirò dovunque vada. Gesù gli rispose: 'Le volpi hanno le loro tane egli uccelli del cielo il loro nido, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo".
Evidentemente il Maestro aveva colto nella domanda - e visto nel cuore - una quasi certezza di fare fortuna, ma chissà quale, seguendo Gesù. Ed è lo stesso per chi, anche oggi, vuole essere ministro nella Chiesa, e quindi chiamato, ma a volte mette in primo piano 'un tornaconto' personale, che non ha proprio senso in chi dona la vita a Gesù per servire i fratelli.
L'unico 'tornaconto' di un sacerdote è di saper 'farsi servo' come il Suo Maestro.
Inconcepibile anche solo pensare che essere prete possa essere un modo per 'fare fortuna' nel servizio. La grande lode che la gente riserva ai sacerdoti è proprio di donare sempre, senza pensare a se stessi. Diceva il beato Rosmini: 'La povertà è il muro di sostegno della Chiesa'. Del resto se essere ministro ha la sua bellezza è quella di farsi sempre dono ai fratelli ignorando se stesso. La gente si lascia affascinare da un sacerdote o vescovo che sappia donare tutto senza chiedere nulla. Diceva il Santo Curato d'Ars, patrono di tutti i sacerdoti:
`I vostri beni altro non sono che un deposito che il buon Dio ha messo nelle vostre mani; dopo il vostro necessario, il resto è dovuto ai poveri'.
Continua il Vangelo di Luca, evidenziando quello che è un poco l'atteggiamento di tanti alla Sua chiamata:
"Ad un altro disse: `Sèguimi. E costui rispose: 'Signore concedimi prima di andare a seppellire mio padre. Gesù replicò: 'Lascia che i morti seppelliscano i loro morti. Tu va' e annunzia il Regno di Dio!
Un altro disse: 'Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congeda da quelli di casa'.
Ma Gesù gli rispose: 'Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il Regno di Dio". (Le. 9, 51-62)
Può sembrare duro il linguaggio di Gesù davanti a chi chiede 'piccole proroghe' prima di seguirLo. Ma quando si è davvero stati scelti e chiamati occorre la prontezza nel seguirLo... tentennare è cercare scuse per dire di no. E la vocazione non ammette mai dei 'ne esige un sì, meditato, ma pronto. Se ci pensiamo bene è proprio la natura dell'amore che chiede un sì incondizionato e non accetta dubbi o altro, che sono dei nì inaccettabili. E la vocazione è una risposta d'amore all'Amore. Scriveva Paolo VI:
"Vocazione: è un problema di giovani che sappiano affrancarsi dal mondo, dal conformismo, per offrirsi a Cristo con l'ineguagliabile forza della loro intatta freschezza spirituale e diventare ministri e dispensatori dei misteri di Cristo, veri pastori di anime, sull'esempio di nostro Signore Gesù Cristo, Maestro, Sacerdote e Pastore.
Vocazione è una chiamata. È una libertà messa alla prova, forse alla più difficile, ma certo la più bella. È una voce che ha un duplice linguaggio: uno interiore, silenzioso, nel profondo del cuore, ma distinto, e, se autentico, inconfondibile, quello del Signore che parla per via dello Spirito Santo; l'altro esteriore, rassicurante, sempre buono e materno, quello del Pastore.
È una voce che dice: vieni! e che passa, come un vento profetico, sopra le teste degli uomini, anche in questa generazione, la quale piena del frastuono della vita moderna, si direbbe sorda, ma non è così. La voce, oggi, dalle labbri di Cristo, si fa Nostra: è la voce della Chiesa che chiama. Grida nel deserto? Oh, no.
Fu il Signore stesso ad insegnarci a sperare anche in ordine a questo misterioso problema: 'Pregate il Padrone della messe perché mandi operai nel Suo campo' Mt. 9,28" (aprile 1969)
Con Madre Teresa di Calcutta preghiamo:
"Ti ringraziamo, Dio, per il dono di Cristo tuo Figlio e nostro Redentore.
Lo Spirito Santo discenda sul Tuo popolo
e faccia sentire il Tuo dolce invito.
Signore del raccolto, concedi alla Tua famiglia,
in ogni parte del mondo, il dono di molte vocazioni, affinché ai bisognosi
sia dato di conoscere la Buona Novella della Redenzione.
E così possa il Tuo Amore crescere tra noi e diffondersi in tutto il creato."
Antonio Riboldi – Vescovo –
sabato 19 giugno 2010

Omelia del giorno 20 Giugno 2010
XII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)
Chi sono io secondo la gente?
Se c'è una ragione, anzi un dovere meraviglioso, nello scrivere ai miei carissimi lettori (e siete davvero tanti, suscitando in me stupore, gioia e ringraziamento) è quello di fare conoscere davvero in profondità il Figlio di Dio, ossia Gesù.
Il più delle volte noi ci conosciamo superficialmente, la nostra conoscenza viene dal nome, dal volto, ma raramente scende in profondità.
Conoscere in profondità una persona è davvero entrare nel santuario della vita, che tante volte sfugge a noi stessi, quando vogliamo sapere chi siamo.
E quante volte, di fronte a scelte o atteggiamenti incomprensibili anche a noi stessi diciamo: `Non mi capisco', che è quanto dire non mi conosco.
Ma una vera amicizia si fonda sulla conoscenza dell'altro: ed è il dono proprio dell'amicizia, che porta poi a confidarsi e così sciogliere reciprocamente i dubbi e, soprattutto, se abbiamo chiara la natura della nostra vita, condividere le scelte del bene e di ciò che è giusto.
Le persone che si amano davvero sanno cosa significa 'conoscersi'. Non hanno bisogno di tante parole... basta uno sguardo e l'occhio diventa specchio dell'anima.
Ma come è difficile 'conoscersi'.
E come è facile e dannoso dare giudizi su persone senza cogliere in profondità il loro vero `volto'. Da una cattiva conoscenza nascono solo giudizi e comportamenti che fanno male. Se succede così tra noi, cosa possiamo dire oggi della nostra conoscenza profonda di Chi davvero chiede di entrare nella nostra vita come amico, conoscendoLo?
E questo è ciò che chiede, oggi come ieri, Gesù.
Ci sono anime innamorate di Lui e dalle loro parole si coglie la profonda comunione e passione che li unisce: ci si vuole bene.
E vi può essere una conoscenza di Gesù che non sia guida alla santità e alla gioia? Così un giorno S. Ambrogio si esprimeva:
"Tutto abbiamo in Cristo. Tutto è Cristo per noi. Se tu vuoi curare le tue ferite, Egli è Medico. Se sei ardente di febbre, Egli è la Fontana. Se sei oppresso dall'iniquità, Egli è Giustizia. Se hai bisogno di aiuto, Egli è Vigore. Se temi la morte, Egli è la Vita. Se desideri il cielo, Egli è la Via. Se rifuggi dalle tenebre, Egli è la Luce. Se cerchi cibo, Egli è Alimento". (De verginitate)
Dovere di ogni credente, per essere tale, deve essere una continua ricerca della conoscenza di Gesù... diversamente come Lo si può amare e seguire?
È davvero urgente e necessario chiederci: 'Ma Chi è Gesù per me? Cosa conta nella mia vita? O meglio, è la guida e il senso della mia vita?
È il Vangelo di oggi che ci provoca ed a cui siamo chiamati a dare una risposta:
"Un giorno Gesù si trovava in un luogo appartato a pregare e i suoi discepoli erano con lui e pose loro questa domanda: 'Chi sono io secondo la gente?",
Ed essi risposero: 'Per alcuni Giovanni Battista, per altri Elia, per altri uno degli antichi profeti che è risorto'.
Allora domandò: 'Ma voi chi dite che io sia?. Pietro, prendendo la parola rispose: Cristo di Dio. Egli allora ordinò loro severamente di non riferirlo a nessuno.
`Il Figlio dell'uomo - disse - deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, essere messo a morte e risorgere il terzo giorno'.
Poi a tutti diceva: 'Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vorrà salvare la propria vita la perderà e chi perderà la propria vita per me, la salverà". (Lc. 9, 18-24)
Quella di Pietro è una vera professione di fede, di uno che, vivendo accanto al Maestro, ha imparato a conoscerLo e, ispirato dallo Spirito Santo, ne annuncia l'identità.
Una confessione che viene certo dalla esperienza di stare insieme a Gesù, dell'essere stato scelto da Lui e di averne gustato l'amicizia.
"Sì - afferma Paolo VI - tutto è Cristo per noi. Ed è dovere della nostra fede, bisogno della nostra umana coscienza ciò riconoscere, confessare e celebrare....A Lui è legato il nostro destino, a Lui la nostra salvezza".
Ma Gesù non si accontenta di essere riconosciuto per quello che è: se davvero è la via, la verità e la vita, non resta che seguirLo.
Non basta fermarci alla conoscenza. Questa è sempre legata, per sua natura, all'amore, se per conoscenza intendiamo 'entrare nel profondo' della vita di chi si ama o si vuole amare, Direi che conoscere e seguire sono due verbi inseparabili.
Certamente è per questa mancanza di conoscenza profonda di Gesù, che non si trova la gioia, il desiderio di stare con Lui, di interpretare la vita, qualunque sia, nel desiderio di seguire Cristo. Chi questo lo fa non può non conoscere speranza, verità e gioia.
Non a caso il Vangelo collega la 'confessione' dell'identità di Gesù con l'invito a seguirlo. Deve essere la scelta di chi davvero è cristiano.
"Quale scelta? - si chiede Paolo VI - Quella di Cristo. State a sentire. Voi avete già scelto. Voi siete cristiani. Ma quali cristiani siete voi? Essere cristiani non è cosa da poco: vuol dire essere già inseriti nel dramma della salvezza; vuol dire avere già una concezione del mondo e della propria esistenza, della storia passata; vuol dire avere un programma impegnativo di vita, cioè credere, operare, sperare, amare. Ebbene, quali cristiani siete voi? Non conta guardare a come si comportano tanti cristiani. Bisogna che ciascuno badi al proprio comportamento.
Vi è una categoria di cristiani che spesso senza nemmeno pensarci sceglie un comportamento `zero'. Chiamiamo 'zero' quel comportamento che non dà alcun peso, alcuna importanza al fatto di essere cristiani. Cioè: è un comportamento nel quale il carattere cristiano non significa nulla. Nei Paesi di missione questo non avviene: un cristiano è cristiano e sa di dover vivere in una certa maniera, con un certo stile che lo distingue, che lo qualifica.
Da noi avviene e spesso che l'essere cristiano non significa nulla, zero. Anzi spesso un cristiano è una contraddizione vivente, perché egli contraddice con la propria maniera di pensare e di vivere come figli di Dio, fratelli di Gesù Cristo, essere come lampada accesa in cui arde lo Spirito Santo, ossia un uomo che sa come vivere e dove va....
Ci sono poi anche uomini disponibili alle idee altrui, pronti a chinarsi al dominio dell'opinione pubblica, uomini dal rispetto umano, uomini, direi, 'pecora'. Purtroppo è un fenomeno diffuso nella gioventù e si spiega: vuole mostrarsi forte e indipendente, vera, all'ambiente che conosce, la famiglia, la società. ne vede i difetti e cerca di affrancarsi. Si intruppa con chi conduce il gioco e fa la moda, e diventa un 'numero mediocre' senza un proprio valore.
Ma viene il momento in cui bisogna essere 'persone', cioè uomini, donne, che vivono secondo dati principi. Secondo idee-luce.
Uomini, donne che hanno fatto la loro scelta e secondo questa scelta camminano. E questa è la categoria degna delle persone intelligenti e cristiane". (aprile 1971)
Parole dure, ma molto chiare per chi vuole essere coerente con la fede che professa.
E tutti sappiamo, o dovremmo sapere, che vivere una vita cristiana, che è un meraviglioso e necessario 'seguire Cristo', è fare oggi una scelta controcorrente.
Era la scelta che chiedeva con forza il Santo Padre ai giovani, nella Giornata Mondiale della Gioventù a Loreto. Essere gente che non ha paura di apparire 'diversa', ben lontana dal conformismo che toglie ogni bellezza alla persona; capaci di distinguersi per la coerenza e il comportamento da cristiani che viene sì, a volte, deriso, ma in fondo si stima e si finisce per desiderare di imitarli.
Ci sono in ogni città o paese luoghi dove i giovani si radunano in tantissimi.
Spesso regna sovrana la stessa mentalità... di non avere mentalità propria! Si ritrovano per non sentirsi soli, come quei ragazzi che mi dissero: 'Noi ci incontriamo senza conoscerci. Stiamo insieme senza amarci. Ci lasciamo senza rimpiangerci'.
la descrizione di che cosa significhi, spesso, essere nella società di oggi, senza una fede che ci renda persone vive e riconoscibili.
bella questa preghiera di Newmann, adatta oggi:
"Mio Signore e mio Salvatore, mi sento sicuro tra le tue braccia. Se tu mi custodisci non ho nulla da temere,
ma se mi abbandoni non ho più nulla da sperare.
Non so cosa mi capiterà fino a quando morirò, ma mi affido a Te. Ti prego di darmi ciò che è bene per me
e ti prego di togliermi quanto può porre in pericolo la mía salvezza. Non ti prego di farmi ricco, non ti prego di farmi molto povero, ma mi rimetto a Te interamente
perché Tu sai ciò di cui ho bisogno e che io stesso ignoro. Concedimi di conoscerTi, di credere in Te,
di amarTi, di semini e di vivere per Te e con Te
e di dare buon esempio a quelli che mi stanno intorno".
Mons. Antonio Riboldi