sabato 17 luglio 2010




Omelia del giorno 18 Luglio 2010

XVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)

BETANIA, una lezione di vera amicizia


Il Vangelo di oggi è bello, tanto bello, perché ci svela un momento di intimità di Gesù con coloro a cui era unito da salda amicizia: un momento in cui, se vogliamo, si evidenziano due modi di essere amici, ossia di condividere la gioia di volersi bene.
Il primo è quello di farsi inondare dall'amicizia, come da un fiume in piena, che riempie l'anima, che vi si apre totalmente; l'altro quello di servire le necessità dell'amico e, quindi, in certo modo, per un momento trascurare il dialogo, per dedicarsi all'ospitalità: un'amicizia a doppio aspetto. Quale delle due parti avremmo scelto noi? in fondo, in qualche modo, è quella che, se siamo affezionati a Gesù, scegliamo ogni giorno. Confrontiamoci subito con il racconto che ci offre l'evangelista Luca: "Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti. Ma Gesù le rispose: Maria, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta” (Lc. 10, 38-42).
È una stupenda lezione di quel divino dono che è volersi bene e che si traduce, se va bene, in amicizia, in cui, più che dare, si riceve. Un dono di cui tutti abbiamo bisogno... ma è un dono che ha le sue regole. Mi ha letteralmente sconvolto, un giorno, la risposta ad una mia precisa domanda, fatta ad un folto uditorio di giovani. 'Esiste ancora tra di voi l'amicizia vera? Parlo dell'amicizia come di una limpida sorgente a cui puoi attingere nei momenti difficili, sicuro che non ti farà mai mancare acqua fresca, limpida, che toglie la sete della solitudine. Un'amicizia, insomma, che non è recita di superficiali parole, per descrivere un rapporto fatto di 'niente di profondo', solo un momento di compagnia in un viaggio - la vita - che non ha nessuna meta e non vuole neppure averne. Un'amicizia che non è occasione per accontentare il proprio egoismo, intesa a trarre tutti i vantaggi, senza la minima perdita. Un'amicizia, insomma, che è dono gratuito, libero, ricca di grandi contenuti, libera per costruire insieme fino all'eternità. Si può, insomma, - chiedevo - essere oggi ancora amici veri?
E la risposta pronta, secca, come una triste ma infallibile condanna, frutto di esperienze passate, fu: 'No. Oggi siamo talmente egoisti, pronti a rubare tutto dall'altro, fino a 'denudarlo' anche della sua dignità, come avviene spesso nelle amicizie tra ragazzi e ragazze'.
Ma non era e non è possibile accettare una tale posizione, sempre che si dia un senso pieno di verità alla parola amicizia.
È stato Dio stesso a dare senso a questa meravigliosa parola. Quante volte nella Bibbia appare sulla bocca di Dio la parola 'amico', rivolta ai suoi eletti, al suo popolo! E sarà lo stesso Gesù che nell'Ultima Cena la rivolgerà per ben due volte agli Apostoli, come a dire che era finito il distacco di Dio da noi, ed era iniziato il tempo meraviglioso dell'essere amici.
Così racconta Giovanni nel Vangelo: "Il mio comandamento è questo: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: morire per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate quello che comando. Io non vi chiamo più schiavi; perché- lo schiavo non sa quello che fa il suo padrone. Vi ho chiamato amici, perché vi ho fatto sapere tutto quello che ho udito dal Padre mio." (Gv. 15, 12-16)
Amici dì Dio – ed è davvero poco questo sentirsi 'amici di bio'? – un'offerta che indica quali rapporti passano o possono instaurarsi in una solida amicizia e per di più non con un amico qualsiasi, ma con Dio stesso! Incredibile offerta. Un'amicizia fondata su fatti concreti della vita, e non può essere diversamente. Un'amicizia in cui Dio svela il Suo pensiero e il Suo Cuore.
Come a dire: 'Ciò che il Padre è, ciò che io sono nel Padre e nello Spirito Santo, ora vi appartiene, ve l'ho fatto conoscere. E se è vero – come è vero – voi l'avete accolto come incredibile patrimonio della vita, dunque non potere essere più servi. Questi non hanno diritto a sapere le cose del padrone, devono solo servire, tagliati fuori dal cuore del padrone. Ma gli amici no: questi, una volta entrati nel Cuore del Padre, condividono tutto di Lui.' Che dono l'amicizia di Dio!
Sullo stesso piano dovrebbe stare la nostra amicizia.
Attraverso le nostre riflessioni sulla Parola di Gesù ci consentono di diventare grandi amici, perché condividiamo il dono di Dio. Quante volte ricevo il vostro grazie! E quante volte mi esprimete la vostra amicizia, proprio di chi condivide il tesoro della Parola di Dio e cerca di farla diventare spunto di amicizia. La Parola crea una comunione che va oltre lo spazio e il tempo, fino all'eternità.
Nel Vangelo di oggi, che racconta l'ospitalità data a Gesù dalle due sorelle, Marta e Maria, troviamo una stupenda lezione di due modi di vivere e siamo interpellati sulla necessità di coniugarli: contemplazione e azione. Amavano Gesù tutte e due…ciascuna a suo modo. Marta, come è nella logica, se vogliamo, dell'ospitalità, si dà da fare per apparecchiare un pasto a Gesù e ai suoi discepoli. Come donna di casa, diremmo noi, con la sua sensibilità, pensa all'amico ed ospite Gesù, da un punto di vista 'temporale', pratico. Una carità bella e necessaria verso il Maestro, che si affidava sempre alla bontà di chi incontrava.
Maria va direttamente al dono dell'amore che era Gesù e non prende parte alle fatiche di casa, per farsi nutrire dalla Parola e dall'amicizia di Gesù. Un'immagine di vita attiva e di vita contemplativa. Sembrano due mondi diversi, ma sono in realtà, o dovrebbero esserlo, le due 'facce' di chi ama.
E strano il delicato rimprovero di Marta fatto a Gesù, anziché a Maria: 'Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti.' Ma Marta sapeva bene che la causa dell'indifferenza della sorella era proprio la presenza stessa di Gesù. Altrettanto netta, ma istruttiva, la risposta di Gesù: `Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta.'
Un duetto che insegna a tutti come sia necessario essere contemplativi anche nell'attività, ossia dare il primo posto al pensiero e all'amore di Dio, il resto è carità, ma senza il primo è vuota di senso. Ho avuto modo di incontrare persone di grande valore, impegnate, che sapevano coniugare attività e contemplazione. Era l'8 maggio del 1968. Venne, per l'occasione, l'On.le Aldo Moro, in visita al Belice terremotato. Alle ore 11, nella Chiesa prefabbricata, in attesa della supplica alla Madonna di Pompei, vi era un'ora di adorazione eucaristica. Saputolo, il Presidente si recò nella chiesa e stette per un'ora intera in adorazione, in ginocchio, partecipando poi alla supplica... poi, con cuore aperto, visitò le famiglie, mostrando il disappunto, per le fatiscenti baracche. Ricordo l'ammirazione della gente che non espresse amare77:4 o polemiche, ma ammirava il suo modo di essere e qualcuno sottovoce diceva: 'E' un santo!'. Un altro personaggio che invitai a parlare alla mia gente fu l'On.le Meda (se ricordo bene il nome). Quando arrivò, si recò subito nella Madrice e stette in preghiera per quasi un'ora. Poi parlò alla gente che era stupita del suo modo di porsi e pregare. 'Questo sì che ci capisce!' era l'esclamazione di tutti. Ma ci sono ancora persone che sanno pregare così, come 'Maria', con semplicità, pur essendo le 'Marte' della politica? É noi?
E vorrei, come di consuetudine, offrire un pensiero di Paolo VI, sulla preghiera che è il cibo dell'anima, come era per Maria ai piedi di Gesù.
"Si prega oggi? – si chiede Paolo VI -. Si avverte quale significato abbia l'orazione nella nostra vita? Se ne sente il dovere? Il bisogno? La consolazione? La funzione nel quadro del pensiero e dell'azione? E quali sono i sentimenti spontanei che accompagnano i nostri momenti nella preghiera? La fretta, la noia, la fiducia, l'energia morale? Dovremmo innanzitutto tentare, ciascuno per conto nostro, di fare questa esplorazione e di coniare per uso personale una definizione della preghiera. E potremmo proporcene una molto elementare: la preghiera è un dialogo, una conversazione con Dio". (febbraio 1971)
Ricordo un anziano che spesso veniva in Chiesa e se ne stava solo in silenzio per molto tempo. Gli chiesi come pregava La risposta fu come quella di Maria: Non c'è bisogno che dica parole a Dio, sono sempre povere. A me basta stare in ascolto e Lui fa sempre sentire nel cuore la Sua voce'.
Così Madre Teresa rivolgeva la sua preghiera a Maria:
"Silenzio di Maria parlami, insegnami come posso imparare da te,
come te, a tenere tutte queste cose dentro il mio cuore.
Insegnami a pregare sempre nel silenzio del mio cuore come hai fatto tu.
Umiltà del Cuore di Maria, riempi il mio cuore, come hai insegnato a Gesù.
Insegnami, ti prego, a pregare come facevi tu con Tuo Figlio Gesù".

Antonio Riboldi – Vescovo –

domenica 11 luglio 2010

Omelia del giorno 11 Luglio 2010
 
XV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)
 
E chi è il mio prossimo?
 
 
E' una domanda che 'un dottore della Legge' pone a Gesù, dopo che il Maestro aveva risposto ad un'altra domanda, che è davvero essenziale, non solo per chiarire quali debbano essere i rapporti tra di noi, senza fare distinzioni, ma soprattutto per 'avere le chiavi' della vita eterna.
E la domanda era: 'Maestro, che devo fare per avere la vita eterna?: Una domanda che dovremmo fare tutti a Gesù, e la Sua risposta è lapidaria. In poche parole riassume quale deve essere il nostro rapporto non solo con Dio, ma con chi ci è vicino, chiunque sia: 'Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?'. Il Suo interlocutore rispose: 'Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con -tutta la tua forza e con tutta la tua mente e amerai il prossimo tuo come te stesso. E Gesù: 'Hai risposto bene: fa questo e vivrai'. Ma quegli volendo giustificarsi ribadì appunto: 'E chi è il mio prossimo?
Un 'problema', questo, che potremmo porci tutti.
Viviamo in un tempo in cui ci si divide tra popoli, etnie, culture, diversità di situazioni. Basta pensare a quei fratelli che clandestinamente entrano nella nostra patria, fuggendo dalla fame o addirittura dalla violenza, e approdano da noi, in cerca, se non di amore, almeno di rispetto ed accoglienza.
Siamo stati anche noi, a suo tempo, emigranti in cerca delle stesse cose.
Quando ero parroco nel Belice, tanta gente, soprattutto giovani e uomini, abbandonavano la loro terra in cerca di lavoro. Nei primi anni del '900 stipati nelle navi come merce, partivano per l'America, impiegando giorni e giorni, in condizioni di estremo disagio. Venivano 'accolti' in una zona di Brooklyn e lentamente cercavano lavoro. Alcuni tornarono, ma molti si resero indipendenti, non solo, con il tempo acquisirono la cittadinanza americana, e alcuni o i loro figli fecero carriera.
Li andai a trovare e stetti con loro per un mese intero. In Canada c'era a Montreal una zona tutta italiana ed era chiamata 'Piccola Italia'.
Dopo la guerra, negli anni '50, iniziò la fuga verso il Venezuela. Protetti dall'allora Presidente, molto accogliente, seppero con un poco di fortuna creare anche lì, a Caracas, un quartiere 'italiano' e lentamente costruirono aziende specializzate in calzature, che poi vendevano viaggiando all'interno dello Stato.
Qualcuno tornò al paese, ma quasi tutti preferirono restare dove c'era possibilità di crearsi una vita dignitosa. Con l'intuito tipico della gente del Sud, che cerca il futuro, seppero creare tanti modi per `fare industria'.
Per due anni dedicai il tempo delle ferie a visitare i nostri in Germania e Svizzera, dove il lavoro c'era e quindi anche la possibilità di mandare a casa un guadagno per costruire casa e porre le fondamenta per un domani.
vero che per risparmiare vivevano con il minimo; a volte affittando stanze dove dormivano in tanti, oppure vivendo in baracche fatiscenti, in cui mancava anche l'indispensabile per un po' di decoro. Provai a restare con loro per due giorni, ma non riuscivo a riposare tanto erano maleodoranti. Vivevano 'tollerati', ma come braccia di lavoro necessarie e quindi accettati, seppur non accolti.
Ricordo che un giorno, visitando una città svizzera con alcuni di loro, fui accompagnato allo zoo. Ma non potemmo entrare perché sull'ingresso c'era scritto: 'Vietato ai cani e agli italiani'.
Veniva spontanea la voglia di ribellarsi, in nome della dignità che è un bene di tutti, ma ciò poteva tornare a danno di chi restava.
E non erano solo i siciliani che incontravo, ma anche lombardi, veneti. Forse ci siamo dimenticati, oggi, pensando a chi viene da noi, emigrando dal suo Paese, che i nostri nonni o padri ben conoscono che cosa significhi lasciare tutto per la propria famiglia e trovare... lavoro, forse, ma sfruttato e 'condito' di disprezzo.
Ma quel neanche tanto sottile e inconfessato razzismo, che è tra noi, mette alle spalle le nostre stesse 'radici' e, considerando gli emigranti come un 'pericolo per la sicurezza' - salvo poi 'usarli e sfruttarli' quando fa comodo - , usa l'orribile parola 'respingimento', quasi a voler tenere tranquilla la nostra coscienza.
Tranne, per fortuna, le CARITAS, che non considerano i 'presunti pericoli', ma guardano all'uomo, in carne ed ossa, in cerca di speranza e amore. Benedette CARITAS, che mostrano il cuore della Chiesa di Gesù!
Gesù, infatti, alla domanda del dottore della legge: `Ma chi è il mio prossimo?' risponde:
"Un uomo - notate 'un uomo', senza specificare apparenze esterne, se nere o bianche, se forestiero o altro: UN UOMO, come siamo tutti noi agli occhi di Dio, uguali e chiamati ad amare ed essere amati - scendeva da Gerusalemme a Gerico ed incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto.
Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte della strada. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino, poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: 'Abbi cura di lui e ciò che spenderai di più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?'. Gli rispose: 'Chi ha avuto compassione di lui'.
Gesù gli disse: 'Va' e fa anche tu altrettanto'." (Lc. 10, 25-37).
Stupenda parabola, che incide a caratteri d'oro quale sia la natura della carità. Gesù la descrive nello `avere compassione' e non fermarsi lì, ma tradurre la compassione in fatti concreti, che riportino a respirare la gioia della vita e fa del samaritano - che tra l'altro non era uomo stimato dai Giudei, perché veniva dalla Samaria, i cui abitanti si differenziavano nella fede, mentre per noi potrebbe essere una qualsiasi persona di cui avere poca fiducia.... - il simbolo della compassione verso chi sta male.
Ma partiamo da colui che Gesù definisce semplicemente 'un uomo', ossia uno qualunque, senza titoli: un uomo che andava per infatti suoi. Il suo viaggio viene interrotto da quelli che Gesù chiama `briganti', che lo derubano e lo abbandonano sulla strada semivivo, ossia uno la cui vita ormai dipende dal comportamento di chi passa vicino...
Quante storie potremmo raccontare di persone abbandonate sulla strada a causa dei loro simili o di situazioni difficili, che si sentono 'mezze morte'!
Ma è facile trovare chi abbia la bontà di fermarsi e accompagnarle con amore nella loro difficoltà, fino a ritrovare la serenità?
Si ha purtroppo la sensazione che troppi, di fronte al dolore di un fratello, 'vedano e passino oltre', come fecero il sacerdote e il levita.
C'è troppa indifferenza... questo è il grande male!
E quando la fede non è al servizio dell'amore, davvero non ha più contenuto.
Ormai questo nostro mondo, che pensa ai propri interessi, che è chiuso nei propri egoismi e profitti, non ha più tempo né cuore per chi soffre... a meno che la TV ci proponga casi di sofferenza a livello locale o planetario, che scuotono la nostra sensibilità, e ci fanno uscire dalla nostra indifferenza.
Non si può stare in questo mondo, tra la gente, in famiglia, come se nessuno esistesse al di fuori di noi! La natura stessa dell'uomo è fatta per essere l'uno completamento dell'altro.
La solitudine, l'indifferenza non ci onorano, ma anzi ci condannano.
Ringrazio davvero Dio che mi ha messo in situazioni difficili, dove sono stato mandato per il servizio pastorale. Nel Belice, a Santa Ninfa, il terribile terremoto che distrusse vari paesi, lasciando tutti senza casa e senza domani. Ero sconvolto quella notte e, guardando la cara Chiesa Madre, andata in briciole, chiedendomi e chiedendo a Gesù, anche Lui sotto le macerie, il perché di tutto quello sfacelo, venni improvvisamente chiamato da un giovane, che mi invitava ad aiutarlo a salvare i suoi cari, rimasti sepolti sotto la casa.
Da allora la mia vita fu da `samaritano', al punto da dimenticarmi, nei primi giorni, di mangiare.
Fu un medico che, vedendomi, mi richiamò alla realtà, invitandomi a prendere cibo e riposarmi con lui. E posso dire che da allora è stata una grazia ogni volta ho potuto 'farmi vicino', avere compassione di tanti che incontravo 'semivivi', per mille ragioni, sulla mia strada.
Non è necessario fare 'prodigi . I miracoli della carità devono essere il tessuto delle nostre giornate... una sola cosa ci è chiesta: lasciare che Gesù operi attraverso di noi, nei piccoli gesti, parole gentili, un sorriso, che Lui rende 'grandi' per chi li riceve
Ricordo una notte di Natale, dopo la Messa solenne, tutto parato, rientrando in sacrestia, mi accorsi che in un angolo c'era una ragazza che piangeva a dirotto. Mi fermai, la consolai.
Alcuni giorni dopo venne a trovarmi e dirmi: 'Grazie di essersi accorto di me. Ho capito cosa vuol dire avere a cuore gli altri'.
Ma credetemi è davvero, oltre che cristiano, profondamente umanizzante per noi, conservare occhi di attenzione per chi soffre e ha bisogno di qualcuno. Riempie la vita ed è segno che l'amore, ricchezza dell'umanità, è vivo e ci rende più veri.
E chissà quante volte anche voi, semplicemente leggendomi, avete trovato nelle parole di Gesù e nel mio povero, ma sincero, farmi vicino, per avere cura, un momento di sollievo.
Mi viene da dire a voi, carissimi - permettetemi di dirlo -: 'Siate samaritani', in famiglia, coi vicini, sul lavoro, con gli 'estranei' che incontrate, accogliendo l'invito di Gesù: 'Va' e anche tu fa' lo stesso!'
 
Antonio Riboldi – Vescovo –

venerdì 2 luglio 2010


Omelia del giorno 4 Luglio 2010

XIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)

La messe è molta ma gli operai sono pochi

E' molto bello leggere l'inizio della missione che Gesù affida a quanti Lo seguono, ossia portare la Buona Novella del Vangelo alla gente.

"Diceva loro: La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. Andate: Io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi".

Erano i primi tempi della missione di Gesù tra noi. Aveva la piena coscienza di essere stato mandato dal Padre per fare conoscere a tutti la Buona Novella.

Tutti sappiamo come al Padre stia a cuore la sorte di ogni uomo, al punto che non bada a sacrifici per restituirci la felicità con Lui, andata smarrita nel paradiso terrestre, anzi rifiutata, quando i nostri progenitori, accettando la tentazione del 'serpente', respinsero l'amore che Dio donava loro gratuitamente e per cui liberamente li aveva creati - anzi ci ha creati - a 'Sua immagine e somiglianza'. Sappiamo tutti come dopo quel rifiuto, 'Adamo ed Eva furono cacciati dall'Eden', senza avere più una ragione per la loro esistenza.

E tutti proviamo ogni giorno che senza l'Amore divino libero e gratuito, la vita non è più vita, anche se cerchiamo di mascherare questo nostro vuoto con il chiasso che ci offre il mondo: una vera evasione dalla nostra origine.

Che senso ha vivere senza amare e, soprattutto, senza essere amati?

Si rimane sconcertati dalle continue violenze che sentiamo ogni giorno, o per le guerre nel mondo o per la solitudine in cui troppi vivono, pur essendo tra tanta gente.

Un vuoto del cuore che spesso entra nelle famiglie, rendendo, quella che dovrebbe essere 'un'oasi d'amore', un vero calvario senza resurrezione. Ci assale un'infinita tristezza nel vedere l'uomo calpestato ovunque ed in ogni modo; l'uomo che privilegia alcuni ed emargina tanti altri e con la violenza impone la sua volontà con ogni mezzo, con il disprezzo dei più elementari diritti.

Una vera 'mappa' di insulti al diritto alla felicità come frutto dell'amore, che non lascia tranquilla la coscienza. Basterebbe osservare i vari Tg per assistere a cronache che parlano di violenze in ogni dove e, tante volte, nell'area sacra della famiglia.

Quante lacrime versiamo tutti, senza eccezioni, nel vederci ignorati o emarginati o non amati.

la grande nostalgia della nostra origine. Dio ci ha creati - ripeto - per essere amati e amare.

E questa grande sofferenza degli uomini raggiunge tante volte il cuore anche di noi 'pastori', che incrociamo la vita di tanfi, di ogni età ed estrazione sociale.

Capiamo allora quanto ci narra il Vangelo oggi:

"Il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: 'La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe. Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi; non portate borsa né bisaccia, né sandali, e non salutate nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate dite: pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà a voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno della sua mercede. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate di quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati, che vi si trovano e dite loro: 'E' vicino il Regno di Dio. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: 'Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi: sappiate però che il Regno di Dio è vicino. Io vi dico che in quel giorno Sodoma sarà trattata meno duramente di quella città'.

I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: 'Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel Tuo nome.' Egli disse: 'Io vedevo satana cadere dal cielo come la folgore. Non rallegratevi perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli". (Lc. 10, 1-20)

Un Vangelo bello, ma duro. Bello questo andare per il mondo, anche di casa nostra, a portare la Buona Novella del Vangelo; terribile il rifiuto, che si può incontrare.

E’ ancora necessario, nei nostri ambienti, in cui tutti si dicono cristiani - una qualifica che dovrebbe esprimersi in segni di appartenenza a Gesù nella vita quotidiana ed è già questa testimonianza una missione nel nostro mondo senza fede - portare il Vangelo?

Che sia necessario lo dice l'incredibile ignoranza di troppi. Non conoscere la Parola di Gesù reca il grande danno di non poterla vivere. E allora su quale parola si fonderà la nostra vita, che ogni giorno è chiamata a dare risposte alla volontà di Dio che si esprime in mille modi?

Se c'è una cosa che mi appassiona è evangelizzare, ossia donare a tanti la Parola di Gesù.

Sono numerosi gli anni ormai che, chiamato da Gesù, da Lui mandato, come parroco e vescovo, ho `servito' questo dono.

Una passione che mi faceva 'inventare' tanti modi perché i fedeli a me affidati entrassero nel bello della Parola. Mi sono rimasti particolarmente cari gli incontri nei cortili della diocesi, dove insieme ai fedeli che partecipavano ci si allenava nella scuola della Parola.

Questi incontri a cielo aperto avevano l'aspetto non solo della missionarietà, ma della familiarità. Da quei centri di ascolto poi uscivano giovani o adulti che si impegnavano a continuare la stessa missione: 'Andate... ': era un messaggio che passava a tanti. Ancora oggi.

Così per me, anche se è faticoso, è sempre un grande dono sentirmi chiamato da tante comunità in tutta Italia, a portare la gioia della Parola.

È sempre una risposta all'invito del Maestro: 'Andate'.

E penso tante volte agli Apostoli, che non si stancavano di evangelizzare in tutto il mondo, con gioia (e questo davvero è un rimprovero alla nostra paura o silenzio) quando venivano insultati o incarcerati o picchiati. E che dire degli incredibili viaggi dell'Apostolo Paolo? La sua era vera passione in cui giocava tutto di sé, raggiungendo popoli e comunità, fino a Roma dove morì martire, ma anche facendo della sua casa un punto di riferimento per l'evangelizzazione.

Non possiamo che ammirare e incoraggiare i tanti missionari che sono nel mondo, non badando a sacrifici, fatiche, con la sola passione di fare conoscere Gesù.

Conosco un missionario, diventato mio amico, che vive in Perù. Insieme siamo riusciti a costruire una piccola chiesa dove aduna i fedeli. Lui ha una missione 'vasta' e per arrivare a questa piccola missione e incontrare i fedeli in quella che chiama 'la nostra cappella', deve sempre affrontare giornate di faticose trasferte.

Davanti a tanta generosità si sente davvero l'urgenza di dare una risposta a Gesù che oggi ci dice: `La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe. Andate: vi mando come agnelli in mezzo ai lupi'.

Di fronte ai tanti segni di risveglio dell'evangelizzazione – fra di noi, spero, e nel mondo – spunta un senso di gioia come quella cantata dal profeta Isaia:

"Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa quanti la amate.

Perché così dice il Signore: 'Ecco, io farò scorrere verso Gerusalemme, come un fiume, la prosperità; come un torrente in piena la ricchezza dei popoli; i suoi bimbi saranno portati in braccio, sulle ginocchia saranno accarezzati. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò: in Gerusalemme sarete consolati". (Is. 66, 10-14)

Auguro a me, e a voi che mi leggete, che proviate la gioia di nutrirvi della Parola e fin dove potete e come potete donatela a chi vi è vicino. In fondo è fare sentire a tanti che Dio ci vuole bene e chiede solo che questo Bene venga conosciuto e accolto. Perché è triste non godere di un bene, perché non lo si conosce, quando può essere a portata di mano.

Mi permetterei di dire, a quanti sono superficiali, a quanti credono di vivere impunemente il rifiuto della Parola di Dio, trovando rimedio alla propria solitudine nella compagnia inaffidabile del mondo: carissimi ascoltate Dio che dichiara la sua amicizia, un'amicizia che è pronta a farsi piena condivisione di santità, felicità già qui e beatitudine futura.

Ma a chi già crede vorrei anche dire che è Notizia capace di ricreare la vita, quando ci si sente veramente bisognosi di essere infinitamente amati, trovando nell'amore l'annuncio della verità: `Dio ti vuole infinitamente bene, più ancora di tua madre e di qualsiasi persona'.

Voglio ricordare l'ultimo incontro con mia mamma, pochi giorni prima che morisse. Ero indeciso se starle vicino, perché gravemente ammalata, o adempiere a un impegno che avevo preso presso una parrocchia. Ho ancora negli occhi la sua volontà decisa che ritenne 'inutile' il mio starle vicino, dicendomi: 'Antonio, va'. La gente che ti aspetta ha bisogno di qualcosa di più, ha bisogno della Parola di Dio'.

Mi viene da suggerire la bella preghiera di Alexander Zino'ev, russo e ateo:

"Ti supplico, mio Dio, cerca di esistere almeno un poco per me.

Apri i tuoi occhi, ti supplico. Non avrai da fare nient'altro che questo: seguire ciò che succede ed è poca cosa, Signore.

Sforzati di vedere, te ne prego!

Vivere senza testimoni, quale inferno!

Per questo, forzando la mia voce io grido, io urlo.

Padre mio, ti supplico e piango. Esisti!".

Quanta fede... in uno che si professava ateo!!!

Antonio Riboldi – Vescovo –

venerdì 25 giugno 2010

Ti seguirò dovunque tu vada


Omelia del giorno 27 Giugno 2010

XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)

Ti seguirò dovunque tu vada

Sono giorni, questi, che per me sono 'memoria' della storia della mia vita al seguito di Gesù che, da ragazzo mi ha rivolto, come è nel Vangelo di oggi, la parola, per me allora misteriosa, poi divenuta vita donata: 'Tu sèguimi'.

Era il 28 giugno 1951 e venni ordinato sacerdote nella cattedrale di Novara con altri 30 giovani. Tanti! Era così serio il passo che facevo, da non riuscire neppure ad averne forse piena consapevolezza. Sapevo che la mia vita avrebbe assunto un significato di cui era difficile anche solo prevedere dove mi avrebbe portato o come si sarebbe svolta.

Ero impressionato da quanto stava accadendo in me con l'imposizione delle mani del vescovo sulla mia testa, mentre invocava lo Spirito Santo; dall'unzione delle mani, che allora venivano visibilmente legate da papà - che per la commozione non ebbe il coraggio di farlo e invitò mio fratello a sostituirlo - e dall'abbraccio del vescovo che mi aveva ordinato sacerdote. Momenti in cui risuonarono nella mia mente le parole che Gesù, da ragazzo, mi aveva rivolto: ' Tu, sèguimi'.

Lo avevo seguito presso i Padri Rosminiani, che avevano curato con discernimento spirituale la vocazione e, soprattutto, ci avevano dato una forma ione e preparazione seria... ma non potevo `sapere' che cosa avrebbe voluto dire, nella concretezza dell'esistenza, per me, 'essere prete secondo Dio'. Una sola cosa era richiesta: l'abbandono e la fiducia in Chi mi aveva scelto.

Ci pensò l'obbedienza a indicarmi il dove e il quando avrei dovuto seguire Gesù nella guida del Suo gregge: nel Belice, per 20 anni.

Ancora di più rimasi confuso quando il Santo Padre, Paolo VI, che mi aveva seguito con amore nel mio apostolato nel Belice terremotato, mi chiamò a essere vescovo della Chiesa e, ancora una volta, mi affidò una porzione del popolo di Dio, che è in Acerra.

Ambedue le chiamate non apparivano facili, ma quando si è chiamati da Dio e Lo si segue, contano poco le capacità: conta la piena disponibilità al servizio integrale di chi ci è affidato, senza mai risparmiarsi, mettendo in conto anche la possibilità di perdere la vita, come nel terremoto del 1968 o nell'impegno di lottare contro il male della criminalità organizzata, come accadde da vescovo.

Mi confortava - e posso confermarlo oggi con commozione - che non ero io a decidere di andare da qualche parte o a voler assumere incarichi, ma semplicemente 'seguivo' Chi mi precedeva, mi sosteneva ed operava di fatto, ossia Gesù.

Perché questo è il vero segreto di chi accetta di seguire Gesù, in qualunque circostanza o ministero: sa che non è solo e ha solo un impegno, cioè la fedeltà verso Chi l'ha chiamato e il desiderio e la volontà di offrire tutto l'amore di cui è capace a Dio e alle persone che gli sono affidate... il resto lo fa Lui!

Quando ripenso ai giorni della mia vita, a cominciare da quel 28 giugno 1951, non posso che ammirare quanto Gesù ha compiuto e dichiarare la mia povertà, grande povertà, con un'immensa gratitudine nel cuore.

Davvero Gesù quando chiama non ci lascia mai soli con il compito che ci ha affidato e solo Lui può di fatto realizzare; come ha detto Madre Teresa di Calcutta: 'sono una matita tra le mani di Dio con cui scrive la Sua storia'.

La strada è Lui ha tracciarla, a noi tocca solo seguire i Suoi passi: è quello che continuo a fare anche mediante internet, cercando di essere al vostro servizio.

Più che la mia fede o intelligenza so che è Lui a scrivere parole di vita in voi.

Io a Gesù ho solo da chiedere perdono se non sempre L'ho lasciato compiere tutto il bene, dando spazio alle mie debolezze, chiedendoGli la grazia di essere sempre più totalmente Suo.

Chiedo a voi tutti, carissimi, una preghiera di ringraziamento per questi miei anni di servizio al seguito di Gesù e che mi perdoni ciò che avrei potuto fare e non ho fatto o non faccio... anche se oggi mi è più difficile rispondere alle tante domande di essere tra voi, perché gli anni fanno sentire la fatica. Grazie di cuore e pregate per me, che sia fino alla fine uomo di Dio, dono che Lui fa all'umanità.

Il Vangelo di oggi racconta la storia di inviti fatti da Gesù a seguirLo, a cui vengono anteposte prima questioni private da risolvere e poi il rifiuto a 'lasciare tutto'.

Un 'tutto' che può capitare anche a chi non è chiamato a vocazioni speciali, come la mia, ma la cui vita è comunque già una risposta a quel disegno o vocazione personale - come può essere il matrimonio - che tutti riceviamo.

Cosi scrive Luca:

"Mentre stavano completandosi i giorni in cui Gesù sarebbe stato tolto dal mondo, egli si diresse decisamente verso Gerusalemme e mandò avanti i suoi messaggeri. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per fare i preparativi per Lui. Ma essi non vollero riceverlo, perché era diretto a Gerusalemme. Quando videro ciò i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: 'Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?: Ma Gesù si voltò e li rimproverò. E si avviarono verso un altro villaggio.

Mentre andavano per la strada, un tale gli disse: 'Signore, ti seguirò dovunque vada. Gesù gli rispose: 'Le volpi hanno le loro tane egli uccelli del cielo il loro nido, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo".

Evidentemente il Maestro aveva colto nella domanda - e visto nel cuore - una quasi certezza di fare fortuna, ma chissà quale, seguendo Gesù. Ed è lo stesso per chi, anche oggi, vuole essere ministro nella Chiesa, e quindi chiamato, ma a volte mette in primo piano 'un tornaconto' personale, che non ha proprio senso in chi dona la vita a Gesù per servire i fratelli.

L'unico 'tornaconto' di un sacerdote è di saper 'farsi servo' come il Suo Maestro.

Inconcepibile anche solo pensare che essere prete possa essere un modo per 'fare fortuna' nel servizio. La grande lode che la gente riserva ai sacerdoti è proprio di donare sempre, senza pensare a se stessi. Diceva il beato Rosmini: 'La povertà è il muro di sostegno della Chiesa'. Del resto se essere ministro ha la sua bellezza è quella di farsi sempre dono ai fratelli ignorando se stesso. La gente si lascia affascinare da un sacerdote o vescovo che sappia donare tutto senza chiedere nulla. Diceva il Santo Curato d'Ars, patrono di tutti i sacerdoti:

`I vostri beni altro non sono che un deposito che il buon Dio ha messo nelle vostre mani; dopo il vostro necessario, il resto è dovuto ai poveri'.

Continua il Vangelo di Luca, evidenziando quello che è un poco l'atteggiamento di tanti alla Sua chiamata:

"Ad un altro disse: `Sèguimi. E costui rispose: 'Signore concedimi prima di andare a seppellire mio padre. Gesù replicò: 'Lascia che i morti seppelliscano i loro morti. Tu va' e annunzia il Regno di Dio!

Un altro disse: 'Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congeda da quelli di casa'.

Ma Gesù gli rispose: 'Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il Regno di Dio". (Le. 9, 51-62)

Può sembrare duro il linguaggio di Gesù davanti a chi chiede 'piccole proroghe' prima di seguirLo. Ma quando si è davvero stati scelti e chiamati occorre la prontezza nel seguirLo... tentennare è cercare scuse per dire di no. E la vocazione non ammette mai dei 'ne esige un sì, meditato, ma pronto. Se ci pensiamo bene è proprio la natura dell'amore che chiede un sì incondizionato e non accetta dubbi o altro, che sono dei nì inaccettabili. E la vocazione è una risposta d'amore all'Amore. Scriveva Paolo VI:

"Vocazione: è un problema di giovani che sappiano affrancarsi dal mondo, dal conformismo, per offrirsi a Cristo con l'ineguagliabile forza della loro intatta freschezza spirituale e diventare ministri e dispensatori dei misteri di Cristo, veri pastori di anime, sull'esempio di nostro Signore Gesù Cristo, Maestro, Sacerdote e Pastore.

Vocazione è una chiamata. È una libertà messa alla prova, forse alla più difficile, ma certo la più bella. È una voce che ha un duplice linguaggio: uno interiore, silenzioso, nel profondo del cuore, ma distinto, e, se autentico, inconfondibile, quello del Signore che parla per via dello Spirito Santo; l'altro esteriore, rassicurante, sempre buono e materno, quello del Pastore.

È una voce che dice: vieni! e che passa, come un vento profetico, sopra le teste degli uomini, anche in questa generazione, la quale piena del frastuono della vita moderna, si direbbe sorda, ma non è così. La voce, oggi, dalle labbri di Cristo, si fa Nostra: è la voce della Chiesa che chiama. Grida nel deserto? Oh, no.

Fu il Signore stesso ad insegnarci a sperare anche in ordine a questo misterioso problema: 'Pregate il Padrone della messe perché mandi operai nel Suo campo' Mt. 9,28" (aprile 1969)

Con Madre Teresa di Calcutta preghiamo:

"Ti ringraziamo, Dio, per il dono di Cristo tuo Figlio e nostro Redentore.

Lo Spirito Santo discenda sul Tuo popolo

e faccia sentire il Tuo dolce invito.

Signore del raccolto, concedi alla Tua famiglia,

in ogni parte del mondo, il dono di molte vocazioni, affinché ai bisognosi

sia dato di conoscere la Buona Novella della Redenzione.

E così possa il Tuo Amore crescere tra noi e diffondersi in tutto il creato."

Antonio Riboldi – Vescovo –

sabato 19 giugno 2010


Omelia del giorno 20 Giugno 2010

XII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)

Chi sono io secondo la gente?

Se c'è una ragione, anzi un dovere meraviglioso, nello scrivere ai miei carissimi lettori (e siete davvero tanti, suscitando in me stupore, gioia e ringraziamento) è quello di fare conoscere davvero in profondità il Figlio di Dio, ossia Gesù.

Il più delle volte noi ci conosciamo superficialmente, la nostra conoscenza viene dal nome, dal volto, ma raramente scende in profondità.

Conoscere in profondità una persona è davvero entrare nel santuario della vita, che tante volte sfugge a noi stessi, quando vogliamo sapere chi siamo.

E quante volte, di fronte a scelte o atteggiamenti incomprensibili anche a noi stessi diciamo: `Non mi capisco', che è quanto dire non mi conosco.

Ma una vera amicizia si fonda sulla conoscenza dell'altro: ed è il dono proprio dell'amicizia, che porta poi a confidarsi e così sciogliere reciprocamente i dubbi e, soprattutto, se abbiamo chiara la natura della nostra vita, condividere le scelte del bene e di ciò che è giusto.

Le persone che si amano davvero sanno cosa significa 'conoscersi'. Non hanno bisogno di tante parole... basta uno sguardo e l'occhio diventa specchio dell'anima.

Ma come è difficile 'conoscersi'.

E come è facile e dannoso dare giudizi su persone senza cogliere in profondità il loro vero `volto'. Da una cattiva conoscenza nascono solo giudizi e comportamenti che fanno male. Se succede così tra noi, cosa possiamo dire oggi della nostra conoscenza profonda di Chi davvero chiede di entrare nella nostra vita come amico, conoscendoLo?

E questo è ciò che chiede, oggi come ieri, Gesù.

Ci sono anime innamorate di Lui e dalle loro parole si coglie la profonda comunione e passione che li unisce: ci si vuole bene.

E vi può essere una conoscenza di Gesù che non sia guida alla santità e alla gioia? Così un giorno S. Ambrogio si esprimeva:

"Tutto abbiamo in Cristo. Tutto è Cristo per noi. Se tu vuoi curare le tue ferite, Egli è Medico. Se sei ardente di febbre, Egli è la Fontana. Se sei oppresso dall'iniquità, Egli è Giustizia. Se hai bisogno di aiuto, Egli è Vigore. Se temi la morte, Egli è la Vita. Se desideri il cielo, Egli è la Via. Se rifuggi dalle tenebre, Egli è la Luce. Se cerchi cibo, Egli è Alimento". (De verginitate)

Dovere di ogni credente, per essere tale, deve essere una continua ricerca della conoscenza di Gesù... diversamente come Lo si può amare e seguire?

È davvero urgente e necessario chiederci: 'Ma Chi è Gesù per me? Cosa conta nella mia vita? O meglio, è la guida e il senso della mia vita?

È il Vangelo di oggi che ci provoca ed a cui siamo chiamati a dare una risposta:

"Un giorno Gesù si trovava in un luogo appartato a pregare e i suoi discepoli erano con lui e pose loro questa domanda: 'Chi sono io secondo la gente?",

Ed essi risposero: 'Per alcuni Giovanni Battista, per altri Elia, per altri uno degli antichi profeti che è risorto'.

Allora domandò: 'Ma voi chi dite che io sia?. Pietro, prendendo la parola rispose: Cristo di Dio. Egli allora ordinò loro severamente di non riferirlo a nessuno.

`Il Figlio dell'uomo - disse - deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, essere messo a morte e risorgere il terzo giorno'.

Poi a tutti diceva: 'Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vorrà salvare la propria vita la perderà e chi perderà la propria vita per me, la salverà". (Lc. 9, 18-24)

Quella di Pietro è una vera professione di fede, di uno che, vivendo accanto al Maestro, ha imparato a conoscerLo e, ispirato dallo Spirito Santo, ne annuncia l'identità.

Una confessione che viene certo dalla esperienza di stare insieme a Gesù, dell'essere stato scelto da Lui e di averne gustato l'amicizia.

"Sì - afferma Paolo VI - tutto è Cristo per noi. Ed è dovere della nostra fede, bisogno della nostra umana coscienza ciò riconoscere, confessare e celebrare....A Lui è legato il nostro destino, a Lui la nostra salvezza".

Ma Gesù non si accontenta di essere riconosciuto per quello che è: se davvero è la via, la verità e la vita, non resta che seguirLo.

Non basta fermarci alla conoscenza. Questa è sempre legata, per sua natura, all'amore, se per conoscenza intendiamo 'entrare nel profondo' della vita di chi si ama o si vuole amare, Direi che conoscere e seguire sono due verbi inseparabili.

Certamente è per questa mancanza di conoscenza profonda di Gesù, che non si trova la gioia, il desiderio di stare con Lui, di interpretare la vita, qualunque sia, nel desiderio di seguire Cristo. Chi questo lo fa non può non conoscere speranza, verità e gioia.

Non a caso il Vangelo collega la 'confessione' dell'identità di Gesù con l'invito a seguirlo. Deve essere la scelta di chi davvero è cristiano.

"Quale scelta? - si chiede Paolo VI - Quella di Cristo. State a sentire. Voi avete già scelto. Voi siete cristiani. Ma quali cristiani siete voi? Essere cristiani non è cosa da poco: vuol dire essere già inseriti nel dramma della salvezza; vuol dire avere già una concezione del mondo e della propria esistenza, della storia passata; vuol dire avere un programma impegnativo di vita, cioè credere, operare, sperare, amare. Ebbene, quali cristiani siete voi? Non conta guardare a come si comportano tanti cristiani. Bisogna che ciascuno badi al proprio comportamento.

Vi è una categoria di cristiani che spesso senza nemmeno pensarci sceglie un comportamento `zero'. Chiamiamo 'zero' quel comportamento che non dà alcun peso, alcuna importanza al fatto di essere cristiani. Cioè: è un comportamento nel quale il carattere cristiano non significa nulla. Nei Paesi di missione questo non avviene: un cristiano è cristiano e sa di dover vivere in una certa maniera, con un certo stile che lo distingue, che lo qualifica.

Da noi avviene e spesso che l'essere cristiano non significa nulla, zero. Anzi spesso un cristiano è una contraddizione vivente, perché egli contraddice con la propria maniera di pensare e di vivere come figli di Dio, fratelli di Gesù Cristo, essere come lampada accesa in cui arde lo Spirito Santo, ossia un uomo che sa come vivere e dove va....

Ci sono poi anche uomini disponibili alle idee altrui, pronti a chinarsi al dominio dell'opinione pubblica, uomini dal rispetto umano, uomini, direi, 'pecora'. Purtroppo è un fenomeno diffuso nella gioventù e si spiega: vuole mostrarsi forte e indipendente, vera, all'ambiente che conosce, la famiglia, la società. ne vede i difetti e cerca di affrancarsi. Si intruppa con chi conduce il gioco e fa la moda, e diventa un 'numero mediocre' senza un proprio valore.

Ma viene il momento in cui bisogna essere 'persone', cioè uomini, donne, che vivono secondo dati principi. Secondo idee-luce.

Uomini, donne che hanno fatto la loro scelta e secondo questa scelta camminano. E questa è la categoria degna delle persone intelligenti e cristiane". (aprile 1971)

Parole dure, ma molto chiare per chi vuole essere coerente con la fede che professa.

E tutti sappiamo, o dovremmo sapere, che vivere una vita cristiana, che è un meraviglioso e necessario 'seguire Cristo', è fare oggi una scelta controcorrente.

Era la scelta che chiedeva con forza il Santo Padre ai giovani, nella Giornata Mondiale della Gioventù a Loreto. Essere gente che non ha paura di apparire 'diversa', ben lontana dal conformismo che toglie ogni bellezza alla persona; capaci di distinguersi per la coerenza e il comportamento da cristiani che viene sì, a volte, deriso, ma in fondo si stima e si finisce per desiderare di imitarli.

Ci sono in ogni città o paese luoghi dove i giovani si radunano in tantissimi.

Spesso regna sovrana la stessa mentalità... di non avere mentalità propria! Si ritrovano per non sentirsi soli, come quei ragazzi che mi dissero: 'Noi ci incontriamo senza conoscerci. Stiamo insieme senza amarci. Ci lasciamo senza rimpiangerci'.

la descrizione di che cosa significhi, spesso, essere nella società di oggi, senza una fede che ci renda persone vive e riconoscibili.

bella questa preghiera di Newmann, adatta oggi:

"Mio Signore e mio Salvatore, mi sento sicuro tra le tue braccia. Se tu mi custodisci non ho nulla da temere,

ma se mi abbandoni non ho più nulla da sperare.

Non so cosa mi capiterà fino a quando morirò, ma mi affido a Te. Ti prego di darmi ciò che è bene per me

e ti prego di togliermi quanto può porre in pericolo la mía salvezza. Non ti prego di farmi ricco, non ti prego di farmi molto povero, ma mi rimetto a Te interamente

perché Tu sai ciò di cui ho bisogno e che io stesso ignoro. Concedimi di conoscerTi, di credere in Te,

di amarTi, di semini e di vivere per Te e con Te

e di dare buon esempio a quelli che mi stanno intorno".


Mons. Antonio Riboldi