sabato 28 maggio 2011

Senza lo Spirito, il vangelo rimane una dottrina


VI DOMENICA DI PASQUA

Senza lo Spirito, il vangelo rimane una dottrina

Siamo soliti immaginare lo Spirito come un qualcosa di invisibile, di intangibile, tutto l’opposto di ciò che è materiale, ma questo modo di intenderlo non è biblico. Lo Spirito è molto reale, è un soffio, un alito forte. Dio è Spirito in quanto in lui esiste una forza travolgente e incontenibile, simile al vento impetuoso.
Il sogno dell’uomo è di poter essere reso partecipe di questo Spirito.
I rabbini insegnavano che nell’uomo ci sono due inclinazioni: una cattiva che nasce al momento del concepimento e una buona che si manifesta soltanto all’età di tredici anni. La cattiva inclinazione esercita il suo potere sin da quando l’uomo è in embrione e può dominarlo fino a settanta e anche ottant’anni. Come poterle resistere?
I rabbini davano questi suggerimenti: “Dio ha creato la cattiva inclinazione ed ha creato la Toràh, la Legge, come antidoto ad essa. Se vi occuperete della Toràh non cadrete in suo potere”. “Se una tentazione spregevole vi viene incontro, trascinatela fino alla casa dove si studia la Toràh”. “Quando vi occupate della Toràh la vostra cattiva inclinazione è data in vostro potere e non voi in potere del male”.
Si sbagliavano. La Toràh è come la segnaletica: indica la direzione giusta, ma non muove la macchina. Questa ha bisogno di una forza motrice che la porti a destinazione.
Gesù non ha insegnato solo “la via”, ha comunicato il suo Spirito, la sua forza per raggiungere la meta.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Crea in noi Signore un cuore nuovo, infondi in noi il tuo Spirito santo ”.


Prima Lettura (At 8,5-8.14-17)

5 Filippo, sceso in una città della Samaria, cominciò a predicare loro il Cristo. 6 E le folle prestavano ascolto unanimi alle parole di Filippo sentendolo parlare e vedendo i miracoli che egli compiva. 7 Da molti indemoniati uscivano spiriti immondi, emettendo alte grida e molti paralitici e storpi furono risanati. 8 E vi fu grande gioia in quella città.
14 Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e vi inviarono Pietro e Giovanni.
 15 Essi discesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; 16 non era infatti ancora sceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. 17 Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo.

Per cinque o sei anni dopo la morte di Gesù, la Chiesa non si diffuse al di fuori della città di Gerusalemme. Gli apostoli non avevano ancora compreso che il vangelo doveva essere annunciato in tutto il mondo. Quest’apertura universalistica fu provocata da un avvenimento drammatico: la persecuzione che si scatenò contro la giovane comunità dopo la morte di Stefano (At 8,1-4), persecuzione che non colpì indistintamente tutti i cristiani, ma solo il gruppo degli ellenisti dei quali abbiamo parlato la scorsa domenica. Gli ebrei-cristiani e gli stessi apostoli furono invece lasciati in pace; i giudei ritenevano che con loro si potesse ancora ragionare, si mostravano infatti rispettosi e fedeli alla legge di Mosè e alle tradizioni, mentre gli ellenisti costituivano un pericolo per la struttura religiosa giudaica.
I cristiani perseguitati fuggirono da Gerusalemme e si dispersero per tutte le città della Palestina, qualcuno cercò rifugio in casa di parenti o amici residenti all’estero, in Siria e in altre province dell’impero romano.
Ovunque giungevano, questi fuggiaschi annunciavano ai fratelli giudei la buona notizia della risurrezione di Cristo. Ad Antiochia qualcuno cominciò a parlare di Gesù anche ai pagani. Fu l’inizio di un’era nuova per la Chiesa che cessò di essere legata unicamente a Israele e iniziò ad aprirsi agli altri popoli, a coloro che non erano discendenti di Abramo.
La lettura di oggi racconta ciò che accadde a Filippo.
Di lui abbiamo già sentito parlare la scorsa domenica: era uno dei sette che erano stati scelti per servire i poveri, un ellenista dunque che, per non fare la fine di Stefano, si era diretto verso il nord e, giunto in Samaria, aveva cominciato a predicare il vangelo e a battezzare coloro che aderivano alla fede.
Lo Spirito accompagnava l’opera di questo primo missionario dando forza alle sue parole e confermando con segni il suo annuncio. La vita della gente di quella città cambiò radicalmente e tutti furono colmi di gioia (vv. 5-8).
La seconda parte della lettura (vv. 14-17) mette in scena gli apostoli Pietro e Giovanni che vanno a visitare i battezzati di Samaria. Questa visita nasce dalla necessità di mantenere unite alla Chiesa madre di Gerusalemme le nuove comunità che cominciano a sorgere. Al loro arrivo, i due apostoli impongono le mani ai nuovi cristiani per comunicare loro lo Spirito.
Viene da chiedersi: com’è possibile che i samaritani, battezzati da Filippo, non avessero ricevuto lo Spirito? Questo dono non è forse conferito proprio mediante il battesimo?
Certamente. I samaritani avevano ricevuto lo Spirito nel momento del battesimo. Tuttavia questa presenza divina in loro non aveva provocato quelle straordinarie manifestazioni esteriori che erano solite verificarsi nei primi tempi della Chiesa. Le richiamiamo: i battezzati cominciavano a parlare lingue diverse, a profetizzare, a essere rapiti in estasi. Subito dopo aver ricevuto l’imposizione delle mani da parte di Pietro e di Giovanni, questi fenomeni accaddero anche fra i Samaritani.
Luca riferisce questo episodio per far comprendere che le nuove comunità sorgono ovunque, spontaneamente, là dove viene annunciato il vangelo, ma esse non devono crescere, svilupparsi, vivere in modo completamente autonomo e indipendente. È necessario che stabiliscano legami di comunione con la Chiesa universale, solo allora in esse lo Spirito si manifesterà in pienezza.


Seconda Lettura (1Pt 3,15-18)

15 Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, 16 con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. 17 È meglio infatti, se così vuole Dio, soffrire operando il bene che facendo il male.
18 Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito.

Dopo aver toccato il tema della schiavitù, il predicatore sente che i suoi ascoltatori hanno bisogno di una parola illuminante sulla situazione dolorosa che la comunità sta vivendo. Come un incendio è scoppiata la persecuzione che, più o meno violenta, continuerà per circa duecentocinquant’anni. I neofiti devono sapere che li attendono tempi difficili, non devono essere sorpresi, come se si trattasse di qualcosa di imprevisto, di inatteso, di strano (1 Pt 4,12). “Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù – assicura infatti anche Paolo – saranno perseguitati” (2 Tm 3,12). Come si dovranno comportare i discepoli con chi li dileggia e si fa beffe della loro fede?
Anzitutto sono invitati a prendere coscienza del fatto che Cristo è vicino a loro, li accompagna, è nel loro cuore (v. 15). Non è contro di loro che si è scatenato l’odio, ma contro il Signore.
Devono essere sempre pronti a rispondere a chi chiede ragione della speranza che li anima. Da qui la necessità di fondare su basi solide, su convinzioni profonde la propria fede. È fragile, precaria, incerta quella che si regge sulle emozioni passeggere, su intimismi devozionali, su entusiasmi miracolistici. Solo quando fa riferimento alla parola di Dio essa è ferma, salda, incrollabile (Rm 10,17). Chi la possiede non ha difficoltà a darne una giustificazione e a dimostrare che essa conduce a scelte di vita serie, affidabili, sagge.
Pietro indica anche come dare le risposte ai non credenti.
Sia quando sono interrogati da privati cittadini, sia quando sono chiamati a rispondere a pubblici ufficiali, i cristiani devono evitare ogni parola offensiva, poco rispettosa, irriverente. Il loro linguaggio deve sempre essere ispirato a “dolcezza, rispetto, retta coscienza” (v. 16). La polemica, l’aggressività, la violenza verbale aiutano a prevalere in una discussione, ma non dispongono le persone ad accogliere la proposta evangelica, che è l’unico obiettivo cui il discepolo deve mirare (vv. 16-17).
Il brano si conclude ricordando l’esempio di Cristo: anch’egli ha sofferto per aver praticato la giustizia, i suoi discepoli non possono certo attendersi un destino diverso (Mt 10,25).


Vangelo (Gv 14,15-21)

15 “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. 16 Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, 17 lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. 18 Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. 19 Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20 In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi. 21 Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui”.

Anche il vangelo di oggi, come quello della scorsa domenica, è tratto dal primo dei tre discorsi di addio pronunciati da Gesù durante l’ultima cena.
I discepoli hanno capito che Gesù sta per lasciarli, sono tristi e si chiedono come potranno continuare ad essergli uniti e ad amarlo se egli se ne va.
Gesù promette di non lasciarli soli, senza protezione e senza guida; dice che pregherà il Padre ed egli “invierà un altro Paraclito” che rimarrà per sempre con loro (v. 16). È la promessa del dono di quello Spirito che Gesù possiede in pienezza (Lc 4,1.14.18) e che sarà effuso sui discepoli.
Gesù chiarisce (vv. 15.17) che lo Spirito può essere accolto solo da coloro che sono in sintonia con lui, con i suoi progetti, con le sue opere di amore. Il mondo non può riceverlo.
Chi è questo mondo al quale non è destinato lo Spirito? I pagani, i lontani, chi non appartiene al gruppo dei discepoli, i membri di altre religioni?
Per mondo Gesù non intende le persone, ma quella parte del cuore dell’uomo – di ogni uomo – in cui regna la tenebra, il peccato, la morte. Là dove si celano odi, concupiscenze, passioni sregolate... lì è presente il mondo, con il suo spirito, opposto a quello di Cristo. Lo ricorda Paolo ai corinti che si lasciavano guidare dalla sapienza degli uomini: “Noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio” (1 Cor 2,12).

Lo Spirito riceve due nomi. È chiamato Consolatore (Paraclito) e Spirito della verità. Sono le due funzioni che egli esercita nei credenti.
Consolatore non è una buona traduzione del greco parákletos. Paraclito è un termine preso dal linguaggio forense e indica colui che è chiamato accanto.
Anticamente non c’era l’istituzione degli avvocati; ogni imputato doveva difendersi da solo, cercando di portare testimoni che lo scagionassero dalle accuse. Accadeva a volte che qualcuno, pur non essendo colpevole, non riuscisse a provare la propria innocenza oppure che, pur avendo commesso il crimine, meritasse il perdono. Per costui rimaneva un’ultima speranza: che in mezzo all’assemblea ci fosse un uomo onorato da tutti per la sua integrità morale e che questa persona irreprensibile, senza pronunciare alcuna parola, si alzasse e andasse a porsi al suo al fianco. Questo gesto equivaleva ad un’assoluzione. Nessuno più avrebbe osato chiedere la condanna. Questo “difensore” era chiamato... “paraclito”, cioè, “colui che è chiamato a fianco di chi si trova in difficoltà”.
Il senso di questo primo titolo è dunque quello di protettore, soccorritore, difensore.
Gesù promette ai discepoli un altro paraclito, perché ne hanno già uno, egli stesso, come spiega Giovanni nella sua prima lettera: “Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un paraclito presso il Padre: Gesù Cristo giusto” (1 Gv 2,1).
Gesù è paraclito in quanto nostro avvocato presso il Padre, non perché ci difende dalla sua ira, provocata dalle nostre colpe (il Padre sta sempre dalla nostra parte, come Gesù), ma perché ci protegge contro il nostro accusatore, il nostro avversario, il peccato. Il nemico è il peccato e Gesù sa come confutarlo, come ridurlo all’impotenza.
Il secondo paraclito non ha il compito di sostituire il primo, ma di svolgere una nuova missione, infatti è inviato assieme a Gesù che “ritorna” in mezzo ai suoi (v. 18). Gesù non è andato via, ha semplicemente cambiato tipo di presenza, non più quella fisica, ma quella da Risorto. Un modo nuovo il suo di stare a fianco dei discepoli, infinitamente più reale – pur nella sua invisibilità – più duraturo, illimitato rispetto a prima.
Lo Spirito è paraclito perché viene in soccorso dei discepoli nella loro lotta contro il mondo, cioè contro le forze del male (Gv 16,7-11).
Giovanni richiama ai cristiani delle sue comunità questa verità affinché, in mezzo alle difficoltà della vita, non si scoraggino, non disperino, non perdano la serenità, la pace del cuore, la gioia. Il discepolo crede nell’assistenza dello Spirito e non teme, non si abbatte nemmeno quando deve ammettere che in lui esistono ancora tante miserie spirituali, tante debolezze, tante cattive inclinazioni. È convinto della forza del Paraclito ed è sicuro di non uscire sconfitto.

Il secondo titolo – che enuncia un’altra funzione del Paraclito – è Spirito della verità.
La sua opera a servizio della verità si esplica in vari modi.
Cominciamo dal più semplice. Tutti sappiamo cosa accade quando una notizia passa di bocca in bocca: è soggetta a deformazioni, si altera a tal punto da divenire irriconoscibile.
Il messaggio di Gesù è destinato a tutti gli uomini, deve essere predicato fino alla fine del mondo. Chi ci assicura che non si corromperà, che non subirà interpretazioni devianti? Umanamente l’impresa appare disperata, ma abbiamo la certezza che tutti potranno attingere alla sorgente pura del vangelo, perché nella Chiesa, incaricata di annunciarlo, è operante la forza dello Spirito della verità, promesso da Gesù.
Il suo servizio alla verità non si limita a questa parte che potremmo chiamare negativa. Egli non impedisce soltanto che si introducano errori nella trasmissione del messaggio di Cristo. Egli svolge un’altra funzione, positiva: introduce i discepoli nella pienezza della verità.
Ci sono verità che Gesù non ha esplicitamente trattato o che non ha sviluppato in tutti i dettagli, perché i discepoli non erano ancora in grado di capirle (Gv 16,12-15). Egli sapeva che, lungo i secoli, sarebbero sorti problemi e interrogativi nuovi. Dove si sarebbero potute trovare le risposte autentiche, conformi al suo pensiero?
Anche a questo livello Gesù promette l’intervento dello Spirito: egli è incaricato di introdurre il discepolo alla scoperta di tutta la verità. Non dirà nulla di nuovo o di contrario rispetto a lui, aiuterà a cogliere fino in fondo, fin nelle ultime conseguenze, il suo messaggio.
Da qui nasce il dovere dei cristiani di rimanere aperti agli impulsi dello Spirito che rivela sempre cose nuove. Egli è, per sua natura, colui che rinnova la faccia della terra (Sal 104,30).
 È un peccato contro lo Spirito (e molto grave! Cf. Mt 12,31) opporsi al rinnovamento, rifiutare le innovazioni che favoriscono la vita delle comunità, che avvicinano a Cristo e ai fratelli, che accrescono la gioia e la pace, che aiutano a pregare meglio, che liberano i cuori da inutili paure.
Chi rimane caparbiamente affezionato a tradizioni religiose ormai desuete e logore, chi non si impegna diligentemente nello studio della parola di Dio, chi non accetta l’aggiornamento di riti, formule, gesti liturgici, chi dà risposte vecchie a problemi nuovi, chi non accoglie con gioia le scoperte dell’esegesi biblica, tutti costoro si collocano in opposizione allo Spirito della verità.
Il termine verità ha per l’evangelista Giovanni un significato ancora più profondo: indica Dio stesso che si manifesta in Gesù. Egli è la verità (Gv 14,6) perché in lui si realizza la totale rivelazione di Dio. Menzogna è rifiutare lui, fare una scelta di vita contraria alla sua. Satana, il nemico della verità, il “padre della menzogna” (Gv 8,44), è tutto ciò che allontana da Cristo.
Lo Spirito agisce in modo opposto: introduce nella “verità”, agisce nell’intimo di ogni uomo e fa sì che, liberamente, si inclini a scegliere Cristo, aderisca alla sua proposta. È come un vento che solleva verso l’alto e porta in modo irresistibile alla salvezza.
 È difficile immaginare che l’impulso di questo Spirito non riesca a introdurre ogni uomo nella verità. Perché lasciarsi anche soltanto sfiorare dal dubbio che il mondo – che è ancora presente in ognuno noi – sia più forte di quest’impulso divino alla vita?

Padre Fernando Armellini (Biblista)

sabato 21 maggio 2011

Una sola vita, tanti modi per donarla



V DOMENICA DI PASQUA

Una sola vita, tanti modi per donarla... (il commento è di Padre Fernando Armellini, Biblista)

Una delle caratteristiche della comunità primitiva, descritta negli Atti degli apostoli, è l’assenza di classi, di titoli onorifici, di un maggior prestigio o dignità riconosciuti a qualche membro eminente.
Tutti i credenti si consideravano su un piano di uguaglianza, nessuno si faceva chiamare rabbi, perché uno solo era il Maestro ed essi erano solo discepoli. Si sentivano fratelli e nessuno si arrogava il titolo di padre, sapevano infatti di avere un solo Padre nei cieli (Mt 23,8-10).
Neppure nella santità conoscevano gradi. “Santi” era il titolo collettivo con cui amavano designarsi. Paolo indirizza le sue lettere “a tutti i santi che vivono nella città di Filippi...” (Fil 1,1), “ai santi che sono in Efeso...” (Ef 1,1), “a tutti voi prediletti di Dio che siete in Roma e che siete chiamati santi...” (Rm 1,7).
Eppure una differenza era riconosciuta e tenuta in gran conto: quella del ministero, del servizio che ciascuno era chiamato a svolgere in favore dei fratelli.
L’unico Spirito – ricorda Paolo ai corinti – arricchisce la comunità con doni diversi e complementari: “a uno concede il linguaggio della scienza, a un altro quello della sapienza, a uno la fede, a un altro il dono di guarire, a un altro la potenza di operare miracoli, a un altro il dono delle lingue, a un altro quello di interpretarle”, tutto per l’utilità comune (1 Cor 12,7-11).
“Ciascuno viva – raccomandava Pietro – secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio” (1 Pt 4,10).
Con questa Chiesa ministeriale, nata da Cristo ed edificata “sul fondamento degli apostoli” (Ef 2,20), sono chiamate a confrontarsi le nostre comunità di oggi.
Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“I doni che tu ci hai dato non ci gonfino di orgoglio, ma della volontà di servire i fratelli”.
Prima Lettura (At 6,1-7)
1 In quei giorni, mentre aumentava il numero dei discepoli, sorse un malcontento fra gli ellenisti verso gli ebrei, perché venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana. 2 Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: “Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio delle mense. 3 Cercate dunque, fratelli, tra di voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza, ai quali affideremo quest’incarico. 4 Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della parola”. 5 Piacque questa proposta a tutto il gruppo ed elessero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timòne, Parmenàs e Nicola, un proselito di Antiochia. 6 Li presentarono quindi agli apostoli i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani.
La sensazione incantevole che suscitano i brani degli Atti degli apostoli in cui Luca racconta la vita della prima comunità di Gerusalemme è difficile da scordare. I discepoli erano un cuor solo e un’anima sola, partecipavano quotidianamente alla catechesi degli apostoli, condividevano i beni, pregavano insieme, celebravano settimanalmente l’eucaristia, compivano segni straordinari con la forza dello Spirito. Fra di loro regnava un perfetto accordo e godevano della stima di tutto il popolo.
Davvero a Gerusalemme andava tutto così bene? L’autore del libro degli Atti non si sarà un po’ cullato nei sogni? Non avrà scambiato l’ideale che aveva in mente con la realtà?
La risposta è abbastanza semplice e sicura: ha trasfigurato, ha idealizzato, non v’è dubbio. Ha preso spunto da avvenimenti reali – la generosità eccezionale di Barnaba (At 4,36-37), il radicale cambiamento dei sentimenti e dei rapporti all’interno del gruppo dei discepoli dopo la risurrezione di Cristo – e li ha generalizzati per tratteggiare l’immagine di una comunità cristiana modello.
La realtà ecclesiale, anche a Gerusalemme, non era così idilliaca, i problemi esistevano come da noi. Ad un certo punto sono venuti a galla, in modo addirittura drammatico. È il racconto che troviamo nella lettura di oggi.
La comunità era composta inizialmente solo da giudei che però appartenevano a due gruppi ben distinti: gli ebrei e gli ellenisti.
I primi erano nati e cresciuti in Palestina, parlavano aramaico e frequentavano le sinagoghe dove la Bibbia era letta in ebraico; erano molto attaccati alle tradizioni dei loro padri e alla legge di Mosè, accettavano e consideravano indiscutibili gli insegnamenti e le interpretazioni date dai rabbini.
Gli ellenisti invece erano nati e cresciuti all’estero. A contatto con gli altri popoli avevano conosciuto, apprezzato e anche adottato stili di vita che i loro correligionari consideravano fuorvianti e corrotti. Si sentivano liberi riguardo alle tradizioni e alle disposizioni dei rabbini, non capivano l’ebraico, parlavano in greco (la lingua usata allora in tutto l’impero), nelle loro sinagoghe leggevano la Bibbia nella traduzione greca.
Questa diversità di origine, di lingua, di mentalità era all’origine di forti tensioni fra i due gruppi.
Un giorno il conflitto esplose. L’occasione fu offerta dal problema della distribuzione dei beni della comunità; gli ellenisti, che erano in minoranza, cominciarono a lamentarsi perché gli ebrei facevano delle preferenze: favorivano le loro vedove e trascuravano quelle dell’altro gruppo.
La situazione divenne esplosiva e anche la grande simpatia che i discepoli godevano di fronte a tutto il popolo rischiava di offuscarsi. Il problema doveva essere risolto. Gli apostoli si riunirono e indicarono una possibile soluzione: scegliete – dissero – tra di voi sette uomini che godano della stima e della fiducia di tutti; a loro sarà affidato il compito di distribuire i beni ai poveri, mentre noi ci dedicheremo alla preghiera e all’annuncio del vangelo.
La proposta venne accolta e il caso fu chiuso, con soddisfazione di tutti.
L’episodio è stato inserito da Luca nel libro degli Atti per proiettare una luce sui problemi delle sue comunità dove continuavano ad esistere, accanto a tanti segni di vita nuova, anche dissidi, tensioni, divergenze, mancanza di dialogo.
Luca si rivela, come sempre, un uomo intelligente, ottimista, equilibrato.
Il suo racconto è un invito a valutare con realismo, saggezza e pazienza le situazioni reali di ogni singola comunità.
La chiesa – vuole dirci – non è composta da angeli, ma da uomini con mentalità, cultura, ideologie, caratteri diversi e con tanti limiti. È spiacevole e doloroso che al suo interno emergano pregiudizi, settarismi, invidie, gelosie, incomprensioni, ma è normale. È accaduto perfino nella comunità di Gerusalemme dove pure erano presenti persone eccezionali come gli apostoli e come Maria, la madre del Signore.
Da questo “incidente” la comunità di Gerusalemme ha saputo uscire matura. È cresciuta, ha imparato a risolvere i suoi problemi e ha scoperto il modo di rispondere ai suoi crescenti bisogni: è divenuta ministeriale. In essa gli apostoli non sono rimasti gli unici a svolgere tutte le mansioni. Altre persone capaci si sono assunte le responsabilità che non erano di competenza specifica degli apostoli.
Così hanno avuto inizio quelle che oggi sono chiamate comunità ministeriali, comunità in cui tutti i membri godono di pari dignità, dove l’unico titolo onorifico è quello di “servo”; dove ognuno, “secondo la grazia ricevuta”, mette se stesso a servizio degli altri (1 Pt 4,10); dove “chi ha il dono della profezia lo esercita, chi ha un ministero lo svolge, chi è capace di insegnare insegna, chi sa esortare esorta, chi presiede lo fa con diligenza, chi fa opere di carità le compie con gioia” (Rm 12,6-8).
Seconda Lettura (1 Pt 2,4-9)
4 Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, 5 anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo. 6 Si legge infatti nella Scrittura: ‘Ecco io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chi crede in essa non resterà confuso. 7 Onore dunque a voi che credete; ma per gli increduli la pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta la pietra angolare, 8sasso d’inciampo e pietra di scandalo.
 Loro v’inciampano perché non credono alla parola; a questo sono stati destinati. 9 Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce.
Pietro paragona la Chiesa a un edificio spirituale il cui costruttore è Dio e le cui pietre vive sono gli uomini.
La costruzione è iniziata con una solida roccia, posta a fondamento di tutto l’edificio: Cristo sul quale Dio ha poi collocato altre pietre, i credenti in lui, quei neo‑battezzati ai quali l’autore della lettera sta parlando nella notte di Pasqua. Uniti a Gesù, essi formano un nuovo, splendido tempio (vv. 4-5).
Nell’AT (Sal 118,22) è stato annunciato che un giorno Dio avrebbe preso la pietra scartata dagli uomini e l’avrebbe posta alla base di una nuova casa (v. 6). La profezia si è adempiuta nel giorno di Pasqua: Dio ha scelto Gesù, rigettato dai capi politici e religiosi del suo popolo e lo ha collocato a fondamento del nuovo santuario.
L’antico tempio di Gerusalemme, costruito con pietre materiali e luogo in cui erano offerti sacrifici di agnelli e di tori, è stato sostituito dal nuovo tempio, in cui ognuno, insieme con Cristo, immola olocausti spirituali graditi a Dio: la vita santa, irreprensibile e colma di opere di amore. Per questi sacrifici che offre, ogni discepolo diviene, nel battesimo, sacerdote.
Di fronte ai neofiti, insigniti di una dignità così sublime, il predicatore si commuove ed esclama: “Onore a voi che credete!”; siete divenuti “stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo di Dio”; a voi è affidato il compito di proclamare, con la vostra vita, le opere meravigliose di colui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua mirabile luce.
Poi il suo volto si rattrista, pensa a coloro che hanno rifiutato il dono di Dio e hanno scelto di continuare a vivere da pagani. Per loro la pietra non è stata un motivo di salvezza, ma occasione d’inciampo. Si è verificato il conflitto predetto da Simeone: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 34-35).
Vangelo (Gv 14,1-12)
1 “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 2 Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; 3 quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. 4 E del luogo dove io vado, voi conoscete la via”.
 5 Gli disse Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?”. 6 Gli disse Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7 Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”.
 8 Gli disse Filippo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”. 9 Gli rispose Gesù: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? 10 Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. 11 Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse.
 12 In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre.
Il brano del vangelo di oggi è tratto dal primo dei tre discorsi di addio pronunciati da Gesù durante l’ultima cena, subito dopo che Giuda è uscito per mettere in atto il suo proposito di tradimento. Sono chiamati così perché in essi Gesù sembra dettare le sue ultime volontà, prima di affrontare la passione e la morte.
La liturgia ce li fa meditare dopo la Pasqua per una ragione molto semplice: un testamento viene aperto e acquista il suo significato solo dopo la morte di chi lo ha dettato. Le parole pronunciate da Gesù durante l’ultima cena non erano riservate agli apostoli riuniti nel cenacolo, ma rivolte ai discepoli di tutti i tempi e il momento più indicato per comprenderle e meditarle è proprio il tempo di Pasqua.
Il brano di oggi inizia con una frase che può essere fraintesa: “Nella casa del Padre mio ci sono molti posti. Io vado a prepararvi un posto; quando l’avrò preparato ritornerò e vi prenderò con me. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via” (vv. 2-4).
Gesù sembra voler dire che è giunto per lui il momento di andare in cielo e promette che là preparerà un posto anche per i suoi discepoli.
Questa spiegazione non soddisfa, sia perché siamo convinti che in paradiso è già tutto pronto da molto tempo, sia perché l’idea delle poltroncine numerate, corrispondenti ai vari gradi di premio, con il pericolo che qualcuno possa anche rimanere senza posto, non entusiasma.
Il senso della frase è diverso, molto più concreto e attuale per noi e per la vita delle nostre comunità.
Gesù dice che deve percorrere un “cammino” difficile e aggiunge che i suoi discepoli dovrebbero conoscere molto bene questa “via”, perché ne ha parlato spesso.
Tommaso risponde, a nome di tutti: noi non conosciamo questa “via” e non riusciamo a intuire dove tu voglia andare.
Gesù spiega: percorrerà egli stesso, per primo, il “cammino”, poi, una volta compiuta la sua missione, tornerà e prenderà con sé i discepoli, infonderà loro il suo coraggio e la sua forza, così saranno resi capaci di seguire i suoi passi.
Ora è chiaro qual è la “via”: è il cammino verso la Pasqua, percorso difficile perché esige il sacrificio della vita. Gesù ne ha parlato tante volte, ma i discepoli si sono sempre mostrati restii a capire. Quando accennava al “dono della vita”, preferivano distrarsi, pensare ad altro.
In questa prospettiva diviene chiara anche la questione dei “molti posti nella casa del Padre”. Chi ha accettato di seguire la “via” percorsa da Gesù, si viene a trovare immediatamente nel regno di Dio, nella casa del Padre. Questa casa non è il paradiso, ma la comunità cristiana, è lì che ci sono molti posti, cioè, tanti servizi, tante mansioni da svolgere.
Sono molti i modi in cui si concretizza il dono della propria vita. I “molti posti” altro non sono che i “diversi ministeri”, le diverse situazioni in cui ognuno è chiamato a mettere a disposizione dei fratelli le proprie capacità, i molti doni ricevuti da Dio.
Fino al concilio Vaticano II i laici non erano considerati membri attivi della Chiesa; non partecipavano all’eucaristia, “assistevano”; non celebravano la riconciliazione, andavano a “ricevere” l’assoluzione. Erano spesso spettatori inerti di ciò che i preti facevano. Oggi abbiamo capito che ogni cristiano deve essere attivo, non per la carenza di preti, ma per il fatto che ha un compito da svolgere all’interno della comunità.
Gesù dice che, nello svolgimento del proprio ministero, non ci possono essere motivi di invidia e di gelosia: i “posti”, cioè, i servizi da rendere ai fratelli sono molteplici e solo chi non è ancora stato scosso dalla novità di vita, comunicata dalla fede nel Risorto, può restare inoperoso.
Nella società civile, il posto è valutato in base al potere, al prestigio sociale che conferisce, al denaro con cui è rimunerato. La domanda: “Che lavoro fai?” equivale a: “Quanto guadagni?”.
Il posto preparato per ciascuno da Gesù è valutato invece in base al servizio: il “posto” migliore è quello dove si possono servire di più e meglio i fratelli.
Il brano è un invito alla verifica della vita comunitaria: qual è la percentuale dei membri attivi? Ci sono degli impegni che nessuno si vuole assumere? C’è competizione per accaparrarsi la responsabilità di qualche incarico? Dei molteplici “posti di lavoro” preparati da Gesù ce ne sono ancora molti scoperti? Ci sono dei “disoccupati”? Perché?
La seconda parte del vangelo di oggi (vv. 8-12) è centrata sulla domanda di Filippo: “Signore, mostraci il Padre e questo ci basta”.
“Mostrami la tua gloria!” – aveva chiesto Mosè al Signore – e Dio gli aveva risposto: “Tu non puoi vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo” (Es 33,18.20).
Pur coscienti di questa impossibilità di contemplare il Signore, i pii israeliti continuavano a implorare: “Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto” (Sal 27,8-9); “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente, quando verrò e vedrò il volto di Dio?” (Sal 42,3).
Filippo sembra farsi interprete di quest’intimo anelito del cuore umano. Sa che “Dio nessuno lo ha mai visto” (Gv 1,18), perché “abita una luce inaccessibile che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere” (1 Tm 6,16); ma ricorda anche la beatitudine riservata ai puri di cuore: “Vedranno Dio” (Mt 5,8) e pensa che Gesù possa soddisfare la sua segreta aspirazione. Avanza così una richiesta che sembra l’eco di quelle manifestate da Mosè e dai salmisti.
Nella sua risposta, Gesù indica il modo per vedere Dio: bisogna guardare a lui. Egli è il volto umano che Dio ha assunto per manifestarsi, per stabilire un rapporto di intimità, di amicizia, di comunione di vita con l’uomo. È “l’immagine del Dio invisibile” (Col 1,15), “l’irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” (Eb 1,3).
Per conoscere il Padre non si devono fare ragionamenti, non vale la pena perdersi in sottili disquisizioni filosofiche, basta contemplare Gesù, osservare ciò che fa, ciò che dice, ciò che insegna, come si comporta, come ama, chi preferisce, chi frequenta, chi accarezza e da chi si lascia accarezzare, con chi va a cena, chi sceglie, chi rimprovera, chi difende... perché così fa il Padre. Le opere che Gesù compie sono quelle del Padre (v. 10).
C’è un momento in cui il Padre manifesta pienamente il suo volto: è sulla croce. Lì c’è la rivelazione somma del suo amore per l’uomo, lì appare in tutto il suo splendore la sua gloria (Eb 1,3), lì brilla in pienezza la sua luce (2 Cor 4,6).
“Chi ha visto me ha visto il Padre” – può affermare Gesù (v. 9).
Ma questo vedere non si riduce allo sguardo di chi ha presenziato agli eventi, ai fatti, ai gesti concreti da lui compiuti. È uno sguardo di fede che viene richiesto, uno sguardo capace di andare oltre le apparenze, oltre il puro dato materiale, uno sguardo che colga nelle opere di Gesù la rivelazione di Dio.
Questo vedere equivale a credere.
Chi vede in lui il Padre, chi gli accorda piena fiducia ed è disposto a giocarsi la vita sui valori da lui proposti, compirà le sue stesse opere e ne farà di più grandi. Non si tratta dei miracoli, ma del dono totale di sé per amore.
Il Padre continuerà a realizzare nei discepoli le opere di amore che ha compiuto in Gesù.

sabato 14 maggio 2011

Difende il gregge, ma salva anche i briganti


IV DOMENICA DI PASQUA

Difende il gregge, ma salva anche i briganti

Al faraone che li interroga su quale sia il loro mestiere, i fratelli di Giuseppe rispondono: “Pastori di greggi sono i tuoi servi, noi e i nostri padri” (Gn 47,3). Erano pastori i patriarchi, è stato custode di greggi Mosè e Davide fu preso dai pascoli, mentre seguiva le pecore (1 Cr 17,7).
In tutto l’antico medio Oriente, il sovrano che si prende cura del suo popolo è immaginato come un pastore. Nelle iscrizioni mesopotamiche “pascere” è comunemente usato nel senso di “governare”. Il faraone era chiamato: “Pastore di tutte le genti”, “pastore che veglia sui suoi sudditi” e, come simbolo del suo potere, teneva in mano il bastone ricurvo.
In Israele quest’immagine è applicata spesso ai capi militari e politici e anche a Dio. È commovente l’invocazione: “Tu pastore d’Israele ascolta, tu che guidi il tuo popolo come un gregge” (Sal 80,2) ed è deliziosa la sensazione di sicurezza che comunica il celebre canto: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla…” (Sal 23,1).
Sorprende invece il fatto che, in nessun testo dell’AT, il re in carica sia designato come “pastore”. Questo titolo è riservato a un unico re: il futuro Messia, discendente di Davide. Dopo aver pronunciato severe parole di condanna contro i sovrani che hanno condotto il popolo alla rovina, il Signore promette di assumere egli stesso l’ufficio di pastore, di radunare il gregge disperso, di condurlo al pascolo e annuncia: “Stabilirò sulle mie pecore un unico pastore che le pascerà. Io sarò il loro Dio e il mio servo Davide sarà il capo in mezzo ad esse” (Ez 34,23-24).
La profezia s’è adempiuta in Gesù.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Eravamo erranti come pecore, ora abbiamo un pastore che ci guida”.


Prima Lettura (At 2,14a.36-41)

14 Allora Pietro, levatosi in piedi con gli altri Undici, parlò a voce alta così: “36 Sappia dunque con certezza tutta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!”.
37 All’udir tutto questo si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?”. 38 E Pietro disse: “Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo. 39 Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro”. 40 Con molte altre parole li scongiurava e li esortava: “Salvatevi da questa generazione perversa”. 41 Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno si unirono a loro circa tremila persone.

Continua nella lettura di oggi il discorso di Pietro iniziato domenica scorsa. Al popolo di Gerusalemme egli ha presentato la vita di Gesù (...un uomo che è passato facendo del bene a tutti), poi ha rivolto ai suoi uditori un’accusa pesante: “Voi l’avete crocifisso per mano di empi e l’avete ucciso” (2,23), infine ha ricordato l’opera di Dio che ha glorificato il suo servo fedele, risuscitandolo da morte. Il discorso riprende da questo punto: “Sappia, dunque, tutto il popolo d’Israele che Dio ha costituito Signore e messia quel Gesù che voi avete crocifisso” (v. 36).
All’udire queste parole, i presenti prendono coscienza dell’errore commesso, si sentono “trafiggere il cuore” dal pentimento e cercano una soluzione al loro dramma interiore. Non trovandola, rivolgono agli apostoli una domanda accorata: “Fratelli, che cosa dobbiamo fare?” (v. 37). È l’espressione della loro totale disponibilità a seguire, senza preclusioni, il cammino che il Signore vorrà loro indicare.
La parola di Dio è sempre una denuncia del peccato ed è un invito al rinnovamento, alla conversione, è “più penetrante di una spada a doppio taglio” (Eb 4,12), “trafigge il cuore” (v. 37) e mette a nudo ogni debolezza, ogni malvagità, ogni errore.
Di fronte a questa parola, l’unico atteggiamento onesto è l’umile ascolto, la disponibilità a lasciarsi mettere in causa, a cambiare, a rinnegare gli errori del passato, a iniziare una vita nuova.
La risposta di Pietro presenta le tre tappe che segnano il cammino della salvezza: la conversione dalla vita antica e dagli errori fatti, il battesimo, la gioia di accogliere il dono dello Spirito (v. 38).


Seconda Lettura (1 Pt 2,20b-25)

20 Se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. 21 A questo infatti siete stati chiamati, poiché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: 22 egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca, 23 oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia.
 24 Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; 25 dalle sue piaghe siete stati guariti.
 Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime.

Continua l’esortazione di Pietro ai neo‑battezzati. Verso la metà del suo discorso l’apostolo sente che è necessario affrontare un problema sociale veramente delicato: i rapporti fra padroni e schiavi. Deve toccare l’argomento perché, fra coloro che hanno ricevuto il battesimo, ci sono persone nobili e benestanti, ma ci sono anche molti schiavi. Alcuni di questi, particolarmente fortunati, sono alle dipendenze di signori buoni e miti; ma altri hanno a che fare con gente dura, rozza, arrogante, con matrone altere e insolenti. Alle prepotenze dei padroni si aggiungono anche vessazioni e soprusi da parte dei compagni di schiavitù che se la prendono proprio con i cristiani che, dopo il battesimo, hanno rotto con le antiche abitudini e hanno assunto uno stile di vita irreprensibile. Come comportarsi con chi provoca, offende, maltratta, fa dei torti? Ci si deve ribellare? Si può reagire ricorrendo alla violenza?
La risposta del predicatore fa riferimento a Gesù e al modo con cui egli ha risposto all’ingiustizia: poteva contare su dodici legioni di angeli, non su dodici discepoli paurosi, ma si è consegnato inerme a chi era venuto ad arrestarlo con spade e bastoni (Mt 26,47); ha condannato l’uso della spada come mezzo per ristabilire la giustizia (Mt 26,53); ha chiamato “amico” Giuda nel momento in cui lo consegnava nelle mani dei nemici (Mt 26,50) e sulla croce ha perdonato coloro che lo stavano uccidendo (Lc 23,34).
Il predicatore riassume il comportamento di Gesù rifacendosi al famoso testo del profeta Isaia che presenta il servo fedele al Signore: “Egli non aveva peccato, non si era trovato menzogna alcuna sulla sua bocca” (Is 53,9) e continua: “Oltraggiato non rispondeva con oltraggi, soffrendo non minacciava vendetta” (v. 23).
Queste scelte radicali del Maestro lasciano aperto al discepolo un unico cammino, chiaro, inequivocabile: quello del perdono, quello dell’amore incondizionato. Nulla è più contrario al messaggio di Gesù dell’uso della violenza. Per costruire un mondo nuovo in cui regnino la giustizia, la pace, l’amore, il cristiano può impiegare solo i mezzi proposti da Cristo, mai quelli che egli ha esplicitamente rigettato.
La lettura si conclude con un’immagine che riassume in modo vivo questo messaggio: “Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime”. Appartenere al gregge di Gesù pastore significa seguire le sue orme, rinunciare agli odi, ai rancori, alle vendette e fare propri i suoi sentimenti e i suoi gesti di amore.


Vangelo (Gv 10,1-10)

1 “In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. 2 Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. 3 Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. 4 E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. 5 Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei”. 6 Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono che cosa significava ciò che diceva loro.
 7 Allora Gesù disse loro di nuovo: “In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. 8 Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9 Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10 Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.

La quarta domenica di Pasqua è detta domenica del buon Pastore perché, in ognuno dei tre anni del ciclo liturgico, viene proposto un brano del capitolo 10 del vangelo di Giovanni. Oggi è riportata la prima parte di questo capitolo (vv. 1-10) dove il tema di Gesù buon Pastore non viene sviluppato, ma solo accennato; l’immagine centrale infatti è quella della porta. Più avanti, nel suo lungo discorso ai giudei, Gesù proclamerà: “Io sono il buon pastore” (v. 11); oggi egli si presenta, per due volte, come la porta (v. 7). A questa immagine se ne aggiungono altre: il recinto, i ladri e i briganti, il guardiano, gli estranei. Chi sono, chi rappresentano, qual è il significato della “similitudine”?
Premettiamo una nota esplicativa sulle usanze dei pastori della Palestina.
L’ovile era un recinto circondato da mura di pietra sulle quali venivano posti fasci di spine o lasciati crescere rovi per impedire alle pecore di uscire e ai ladri di entrare. Poteva trovarsi davanti a una casa oppure essere costruito all’aperto, lungo il pendio di una montagna; in questo secondo caso era in genere utilizzato da più pastori che vi introducevano le loro pecore durante la notte; uno di loro vegliava, mentre gli altri dormivano.
Dire – come fa Luca nel racconto della nascita di Gesù (Lc 2,8) – che chi montava di guardia “vegliava”, non è del tutto esatto. In realtà, armato di un bastone, costui si posizionava all’entrata dell’ovile – che non aveva porta – si accoccolava e, in quella posizione, sbarrando l’accesso, diveniva egli stesso “la porta”. In genere si appisolava, ma la sua presenza era sufficiente per dissuadere i predoni dall’accostarsi all’ovile e per impedire ai lupi di entrare nel recinto. Alle pecore si poteva avvicinare soltanto chi egli lasciava passare.
Al mattino, quando ogni pastore si presentava alla porta, le pecore ne riconoscevano immediatamente il passo e la voce, si alzavano in piedi e lo seguivano, sicure di essere condotte in pascoli di erbe fresche e in oasi con acqua pura e abbondante. Lo seguivano perché si sentivano amate e protette, il pastore non le aveva mai né deluse né tradite.
Partendo da questa esperienza di vita del suo popolo, Gesù imposta una parabola che non è immediatamente chiara: in essa si accumulano e si sovrappongono immagini enigmatiche per gli stessi giudei (v. 6).
Cominciamo col dividerla in due parti.

Nella prima (vv. l-6) viene introdotta la figura del vero pastore.
L’inizio del discorso è piuttosto brusco e provocatorio. Contiene misteriose allusioni a pericoli, a nemici, ad aggressori: “Chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi si arrampica da un’altra parte, è un ladro e un brigante” (v. 1); poi entra in scena il vero pastore. La caratteristica che lo contraddistingue è la tenerezza: conosce le sue pecore per nome e le chiama, “una per una”.
Per Gesù non esistono masse anonime; egli si interessa a ciascuno dei suoi discepoli, tiene conto delle doti, dei pregi e delle debolezze di ognuno. Contempla lieto i capretti che, giovani ed agili, sgambettano e corrono avanti a tutti, ma le sue premure, le sue attenzioni vanno ai più deboli del gregge: “porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri” (Is 40,11). Capisce le loro difficoltà, non forza i tempi, non impone ritmi insostenibili, valuta la condizione di ognuno, aiuta e rispetta.
 In contrapposizione a questo pastore, compaiono i ladri e i banditi. Chi sono? Come riconoscerli? A chi si riferisce Gesù?
Al suo tempo non mancavano certo i “pastori”.
C’erano i capi religiosi e i capi politici che si atteggiavano a guide premurose del bene del popolo, ma in realtà cercavano soltanto il proprio interesse; i loro obiettivi erano il dominio, il prestigio personale, lo sfruttamento; i loro metodi la violenza e la menzogna.
Non erano pastori autentici, per questo un giorno Gesù, di fronte alle folle, si commosse “perché erano come pecore senza pastore”, le condusse fuori, le fece adagiare “sull’erba verde” e distribuì loro in abbondanza il pane e l’alimento della sua parola (Mc 6,34-44).
Si noti, in questa prima parte del brano evangelico, l’insistenza sulla “voce del pastore”, che è “ascoltata” (v. 3), “riconosciuta” (v. 4) e immediatamente distinta da quella degli estranei (v. 5).
Anche dopo la risurrezione Gesù sarà riconosciuto per la sua voce.
Gli occhi dei discepoli saranno tratti in inganno: verrà preso per un viandante, per un fantasma (Lc 24,15.37), per un pescatore (Gv 21,4); ma l’udito no, non poteva sbagliarsi, la sua voce era inconfondibile.
Oggi questa voce continua a risuonare, nitida e viva nella parola del vangelo. È l’unica che al discepolo risuona familiare, le altre che vi si sovrappongono, anche se forti e insistenti, gli risultano estranee.
Chi è “istruito dallo Spirito” è in grado, in mezzo al frastuono di tante altre voci, di discernere quella del pastore, e fugge quando ode i passi dei ladri e dei predoni: gli impostori che vengono solo per trascinarlo in cammini di morte.

Nella seconda parte del brano (vv. 7-10), Gesù si presenta prima come “la porta delle pecore”, poi come “la porta”. Se si tiene presente il chiarimento dato sopra, potremmo dire che egli è il guardiano che si posiziona sull’entrata come “porta”.
La porta ha una duplice funzione: lascia passare i padroni di casa e impedisce l’ingresso agli estranei. Sono queste due funzioni che vengono sviluppate, in altrettante allegorie, da Gesù.
Egli è colui che decide chi può avere accesso alle pecore e chi deve stare lontano dal gregge (vv. 7-8). Può passare, ed è riconosciuto come vero pastore, colui che ha assimilato i suoi stessi sentimenti e le sue medesime disposizioni nei confronti delle pecore, chi è disposto cioè a donare la vita come egli ha fatto.
I ladri e i banditi sono coloro che sono venuti prima di lui (v. 8). Certamente egli non si riferiva ai profeti e ai giusti dell’AT.
Ladri erano i capi religiosi e politici del suo tempo che sfruttavano, opprimevano e causavano ogni sorta di sofferenze al popolo.
Banditi erano i rivoluzionari che volevano costruire una società più libera e più giusta; coltivavano ideali nobili, ma ricorrevano a metodi sbagliati, fomentavano l’odio per il nemico, predicavano il ricorso alla violenza, proponevano l’uso delle armi. Chi agisce in questo modo non ha gli stessi sentimenti e le stesse disposizioni di Gesù: non passa attraverso la porta.
Nell’ultimo versetto (v. 10) viene ripresa questa contrapposizione. In un drammatico crescendo è descritta l’opera del ladro: egli ruba, uccide, distrugge. Tre verbi che riassumono le opere di morte. Chiunque si accosta all’uomo per togliergli vita è “ladro”, sta dalla parte del maligno, è “figlio del diavolo” che “fu omicida fin da principio” (Gv 8,44).
L’azione del pastore è antitetica: viene per portare vita e vita in abbondanza.
Attraverso la porta non passano solo i pastori, ma entrano ed escono anche le pecore. Gesù si presenta come porta anche in questo senso (v. 9). Solo chi passa attraverso di lui raggiunge pascoli ubertosi, trova il “pane che sazia” (Gv 6) e “l’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4), ottiene la salvezza.
Gesù è una porta stretta (Mt 7,14) perché chiede la rinuncia a se stessi, l’amore disinteressato agli altri, ma è l’unica che conduce alla vita; tutte le altre sono tranelli, trabocchetti che fanno precipitare in baratri di morte: “Larga è la porta e spaziosa è la via che conduce alla perdizione e molti sono quelli che entrano per essa” (Mt 7,13).
 Padre Fernando Armellini

sabato 7 maggio 2011

I discepoli di Emmaus


 

Vangelo (Lc 24,13-35)
 
13 Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, 14 e conversavano di tutto quello che era accaduto. 15 Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. 16 Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. 17 Ed egli disse loro: “Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?”. Si fermarono, col volto triste; 18 uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: “Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?”. 19 Domandò: “Che cosa?”. Gli risposero: “Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 20 come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. 21 Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22 Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro 23 e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24 Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l’hanno visto”.
 25 Ed egli disse loro: “Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! 26Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”. 27 E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. 28 Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 29 Ma essi insistettero: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino”. Egli entrò per rimanere con loro. 30 Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 31Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. 32 Ed essi si dissero l’un l’altro: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?”. 33 E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34 i quali dicevano: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone”. 35 Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
 
È il mese di aprile dell’anno 30 d.C..
Due discepoli di Gesù si sono recati a Gerusalemme per celebrare la Pasqua e sono stati testimoni di fatti drammatici: il loro Maestro, profeta potente in opere ed in parole, è stato giustiziato.
Passati i giorni di quella triste festa, si preparano a tornare a Emmaus quando, di buon mattino, qualcuno corre da loro con notizie a dir poco sconvolgenti: il sepolcro è stato trovato vuoto, alcune donne sostengono di aver avuto una visione di angeli e si dice che Gesù sia vivo. A casa però hanno le famiglie ad attenderli, è primavera, è il tempo della raccolta dell’orzo e devono partire. Lungo il cammino si affianca loro un viandante: li accompagna e alla sera accade qualcosa di straordinario.
Il racconto dei discepoli di Emmaus è una delle pagine più belle dei vangeli. Introduce in un mondo celestiale, dove il sogno, invece di dissolversi, si tramuta in realtà. Dopo questa prima impressione incantevole, sorgono però perplessità e interrogativi: dove si trova Emmaus? C’era, sì, ma a 30 chilometri da Gerusalemme, non a una decina come dice il testo (Lc 24,13). Alcuni manoscritti antichi, probabilmente proprio per ovviare a questa difficoltà, parlano di 160 stadi (una trentina di chilometri), ma così ne creano un’altra: trasformano i due discepoli in maratoneti.
È anche inverosimile che, dopo aver udito che era accaduto qualcosa di straordinario (vv. 21-24), i due siano partiti, senza aver prima verificato ciò che poteva essere realmente successo (la storia della famiglia che li aspettava e dei campi da mietere l’ho inventata io, per dare un minimo di logicità alla loro decisione).
Come mai non riuscivano a riconoscere Gesù nel viandante? Che senso ha un miracolo di questo tipo: serve a creare suspence? Si noti che il testo non dice che Gesù si era dissimulato sotto false sembianze, ma che i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo.. e sarà importante stabilire la ragione di questa cecità.
Perché non ci viene detto il nome anche del secondo discepolo? Luca non lo ricordava più?
Tornati a Gerusalemme, i due raccontano agli apostoli l’esperienza che hanno fatto del Risorto e vengono informati che il Signore è apparso anche a Simone (vv. 33-35). Poi il racconto continua: mentre sono riuniti e stanno parlando di queste cose, Gesù compare in mezzo a loro. Rimangono stupiti e spaventati, sono convinti di vedere un fantasma, non riescono a credere che egli sia vivo. Per convincerli, Gesù deve mangiare del pane e del pesce davanti a loro (Lc 24,36-42). La reazione dei discepoli è davvero inspiegabile: sembrano colti di sorpresa, come se nulla fosse accaduto prima.
 
Queste sono solo alcune delle difficoltà che vengono sollevate da un’interpretazione letterale del testo. Ma alcuni indizi ci orientano verso una lettura meno superficiale. Come non notare ad esempio che la frase: “Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro” richiama in modo esplicito la celebrazione dell’eucaristia? E, prima di sedersi a tavola, il misterioso viandante presiede anche ad una solenne liturgia della Parola con le sue tre letture (“E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture...”; v. 27) ela sua brava omelia (“Non si andava forse riscaldando il nostro cuore quando ci apriva le Scritture”; v. 32). Insomma… ha officiato una liturgia in piena regola.
Poi ancora: la frase “Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrar nella sua gloria?” (v. 26) è la prova inoppugnabile che colui che sta parlando è il Gesù già asceso al cielo. Questa situazione, più che a quella dei due di Emmaus, assomiglia a quella dei cristiani delle comunità di Luca. Proviamo a ricostruirla.
Siamo in Asia Minore negli anni 80-90. Quasi tutti i testimoni del Risorto sono ormai scomparsi e i cristiani della terza generazione si chiedono: sarà possibile per noi incontrare il Signore? Come attestare che egli è vivo se non lo abbiamo mai visto con i nostri occhi, né toccato con le nostre mani, né mai ci siamo seduti a mensa con lui? Saremo indotti a credere solo da ciò che altri ci hanno raccontato, come accade nei tribunali dove i giudici si fidano dei testimoni attendibili? Questa però non può essere chiamata una scelta di fede, ma è la conclusione di un ragionamento di buon senso. Vorremmo anche noi incontrare realmente il Risorto.
Proviamo a rileggere il racconto di Luca come una risposta agli aneliti e alle attese di questi cristiani.
Iniziamo dal nome. Uno dei due si chiama Cleopa (un personaggio molto noto nella Chiesa primitiva perché era il fratello di Giuseppe, il “padre” del Signore) e l’altro? L’altro… potrebbe essere un invito rivolto ad ogni lettore a inserire il proprio nome, un invito a percorrere assieme a Cleopa il cammino che porta a riconoscere il Risorto presente là dove due sono riuniti nel suo nome.
I due discepoli sono tristi: hanno visto crollare i loro sogni, fallire i loro progetti. Si attendevano un messia glorioso, un re potente e vincitore e si sono trovati davanti uno sconfitto. I rabbini insegnavano che il messia sarebbe vissuto mille anni e Gesù invece era morto.
 È la storia dei cristiani delle comunità di Luca! Sono perseguitati, sono vittime di soprusi, vedono trionfare le opere della morte, i malvagi hanno la meglio sui puri di cuore: si trovano nelle stesse condizioni di spirito dei discepoli di Emmaus. Anch’essi si fermano, col volto triste.
 È la nostra storia. Anche noi ci troviamo a volte nella stessa condizione di spirito. Succede quando dobbiamo ammettere che la furbizia prevale sull’onestà; quando siamo costretti a prendere atto che la menzogna diviene la verità ufficiale, imposta da chi detiene il potere; quando vediamo i profeti messi a tacere o essere uccisi. Anche noi ci fermiamo, col volto triste, rassegnati di fronte a una realtà ineluttabile, costretti ad ammettere che il mondo nuovo annunciato da Gesù forse non si realizzerà mai.
Ma una comunità nata dalla fede nel Risorto può abbandonarsi a questi pensieri di morte e cedere alla tristezza? Hanno senso le facce non solo assonnate e distratte, ma deluse di tanti partecipanti alle nostre assemblee domenicali? Sono segno della certezza nella vittoria della vita o testimoniano sconforto e abbattimento?
I due di Emmaus conoscono molto bene la vita di Gesù. Ne fanno un riassunto perfetto, identico a quello insegnato nella catechesi della Chiesa primitiva (vv. 19-20), ma la loro sintesi ha un grave difetto: si ferma alla constatazione della vittoria della morte: “I nostri capi – spiega Cleopa – lo hanno consegnato per essere condannato a morte e poi lo hanno ucciso” (v. 20) ed essendo già passati tre giorni, questa morte è da considerarsi definitiva.
Luca pone volutamente sulla loro bocca i pensieri di molti cristiani delle sue comunità. Essi conoscono bene ciò che Gesù ha fatto e insegnato, lo considerano un uomo saggio, uno che, con il suo messaggio di pace e di amore, ha cambiato il cuore di tanta gente... ma alla fine è morto, come tutti.
Chi pensa in questo modo scopre solo l’aspetto esteriore, l’evento storicamente verificabile della vita di Gesù, ma non giunge alla fede in lui perché non crede nella sua risurrezione, che non può essere constatata e dimostrata. La conseguenza di questa conoscenza incompleta è la tristezza. Senza la fede nella risurrezione, le sconfitte rimangono sconfitte, la vita termina con la morte, è una tragedia senza senso.
Come si arriva a questa situazione disperata?
I due di Emmaus hanno delle responsabilità, hanno commesso errori.
Anzitutto hanno abbandonato la comunità, il gruppo di coloro che hanno continuato a cercare una risposta a quanto era accaduto. Hanno preferito andarsene da soli, convinti che a certi drammi nessuno saprà mai dare un senso.
Non hanno verificato se l’esperienza fatta dalle donne poteva essere illuminante anche per loro.
 Così si stavano comportando molti cristiani del tempo di Luca: di fronte alle difficoltà e alle persecuzioni alcuni abbandonavano la loro comunità; altri, quasi per principio, rifiutavano le risposte che venivano dalla fede, non verificavano nemmeno se potevano avere una logica e un senso.
Un terzo errore: i due di Emmaus non hanno avuto il minimo dubbio che le loro idee sul messia trionfatore potessero essere errate. Erano testardamente aggrappati alla tradizione, a ciò che era stato loro insegnato, erano impermeabili alle sorprese e alle novità di Dio.
Gesù non abbandona gli uomini che scelgono le strade che conducono alla tristezza. Egli si fa loro compagno di viaggio.
Come sempre accade, il Risorto non è riconoscibile (qualcuno crede di vedere un fantasma, la Maddalena lo prende per un ortolano, sul lago viene considerato un abile pescatore...). Non si tratta di miracoli. È un modo per presentare la situazione nuova di colui che è entrato nella gloria di Dio: è una condizione completamente diversa da quella di questo mondo. La vita dei risorti non è un prolungamento migliorato della vita presente e gli occhi dell’uomo non possono coglierla. Ecco la ragione per cui gli evangelisti dicono che Gesù era lui, ma non era più lo stesso; era Gesù che avevano toccato, con cui avevano mangiato e bevuto, era colui che era morto – “Guardate le mie mani e i miei piedi: sono io!” (Lc 24,39) – ma era completamente diverso.
 
Come arrivano Cleopa e il discepolo senza nome a scoprire che Gesù, lo sconfitto, è il messia? Come possono capire che la vita nasce dalla morte?
Il cammino che il Risorto fa loro percorrere è quello delle Scritture: è la parola di Dio che svela il mistero.
Non avendo capito la Bibbia, i due discepoli ragionano da uomini, non vedono ciò che è accaduto con lo sguardo di Dio, per questo Gesù li richiama: “O insensati e duri di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Messia passasse attraverso il dono della vita, per entrare nella sua gloria?” (vv. 25-26).
Il cammino della croce è inconcepibile e assurdo per gli uomini; solo chi legge le Scritture scopre che Dio è tanto grande da saper ricavare dal maggior crimine degli uomini il suo capolavoro di salvezza. Non basta leggere la parola di Dio, bisogna anche capirla, per questo è necessario che qualcuno la spieghi e, possibilmente, lo faccia non come chi trasmette arida cultura teologica, ma “scaldando il cuore”.
Alla sera di quella prima “domenica”, i discepoli giungono a casa e Gesù è con loro. Quando sono seduti a tavola, egli “prende il pane, pronuncia la benedizione, lo spezza e lo dà loro” (v. 30). È facile comprendere ciò che Luca vuole insegnare: gli occhi del cristiano si aprono e riconoscono il Risorto durante la celebrazione liturgica domenicale.
Nel racconto dei discepoli di Emmaus sono presenti tutti gli elementi della celebrazione eucaristica: c’è l’entrata del celebrante, poi la liturgia della Parola con l’omelia, infine “lo spezzar del pane”.
Solo al momento della comunione eucaristica gli occhi si aprono e i discepoli si rendono conto che il Risorto è in mezzo a loro, ma senza la Parola non sarebbero arrivati a scoprire il Signore nel pane eucaristico.
Tutti devono fare l’esperienza dell’incontro con il Risorto.
Nella celebrazione comunitaria lo possono contemplare attraverso i segni sacramentali; ma nel momento in cui lo riconoscono... ecco che egli già non è più visibile; non è scomparso, ma gli occhi materiali non lo possono vedere.
 Un ultimo elemento importante di questo brano: i discepoli di Emmaus, non appena hanno riconosciuto il Signore, corrono ad annunciare la loro scoperta ai fratelli e con loro proclamano la fede: “Davvero il Signore è risorto”... È questo, potremmo dire, il canto finale con cui si conclude la celebrazione domenicale. Le sue note accompagnano i discepoli per tutto il resto della settimana, sono l’espressione della gioia che essi vanno a portare a tutti gli uomini.

Fernando Armellini (biblista)